Lunedì, 17 Ottobre 2016 18:00

Strumento di emancipazione o rullo compressore? (2016)

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Riflessioni sulla scuola in due versioni, la prima per «Forum Alternativo», l'altra per «Voce libertaria»

Uscire dall’angolo, «Forum alternativo», quaderno 7, giugno 2016, pp. 14-15.

Scuola. Strumento di emancipazione o rullo compressore?, «Voce libertaria», n. 35, settembre-dicembre 2016, pp. 8-9.

Ho partecipato a una mattinata sulla scuola organizzata dal Forum alternativo. Mi era stato chiesto di dire qualcosa in merito, accanto a figure più “istituzionali” (legati alla VPOD, al SISA, al Movimento della Scuola). Di solito sono un po’ imbarazzato nell’esprimermi sulla scuola, perché vedo bene come certi argomenti di critica al sistema scolastico possano essere recuperati e stravolti da chi non persegue la liberazione dal sistema-scuola, il suo superamento, ma la semplice liberalizzazione dell’offerta educativa. Lì il problema non si poneva in questi termini, per cui ho fatto il mio intervento e ne ho poi parzialmente rielaborato una parte in un articolo per il «Quaderno n. 7» del Forum Alternativo (giugno 2016, scaricabile da qui in pdf). Quella che segue, per «Voce libertaria», è una versione rivista e po’ più ampia.

 

Strumento di emancipazione o rullo compressore?

Comincio dichiarando il mio imbarazzo di fronte alle ricorrenti manifestazioni «per la difesa della scuola pubblica». Vi partecipo comunque, sia per ragioni strettamente sindacali (la costante erosione dei salari va combattuta), sia perché so quanto parecchi docenti cerchino costantemente di portare spiragli di umanità critica dentro la scuola (e quindi di fatto contro la scuola, contro la sua logica istituzionale – parlo della realtà della macchina, non delle parole con cui si presenta). Ma non mi sento a mio agio, in quelle manifestazioni, anche se capisco molte delle ragioni che le muovono. Semplicemente non mi sento di “difendere” questa scuola, e forse neppure “la scuola” in sé. Trent’anni di insegnamento in vari ordini di scuola non hanno certo fugato le mie perplessità; hanno rafforzato l’impressione che – nonostante le buone intenzioni e le buone pratiche di molti docenti che ho potuto sentire e osservare – il difetto stia nel manico.

Negli anni ’70 la lettura di Ivan Illich mi ha portato a vedere criticamente quell’istituzione fino a immaginare, con lui, una società descolarizzata, in cui la formazione degli individui non avvenga uniformemente tramite la coazione ma grazie a liberi percorsi, dettati dall’interesse personale, segnati da esperienze di vita con maestri e compagni di ricerca, tra biblioteche e altri servizi educativi. Illich vede nella scuola un’istituzione ipertrofica che alimenta se stessa togliendo alle persone quell’autonomia che promette invece di dar loro. A suo tempo ho letto anche le critiche “di sinistra” a Illich (mi ricordo quella, di per sé efficace e coerente, di Graziano Cavallini) ma tutto sommato penso che quell’anarco-gesuita controcorrente abbia colto il cuore del problema (e non solo per quel che concerne la scuola).

Se la sua analisi risale a mezzo secolo fa (Descolarizzare la società è del 1970), non mancano oggi voci altrettanto critiche sul sistema scolastico. I lettori di «Voce libertaria» conosceranno quella di Francesco Codello, già docente e dirigente scolastico, che ha da poco pubblicato presso La Baronata di Lugano La campanella non suona più. Fine dei sistemi scolastici e alternative libertarie possibili (nella prima parte riflette sul sistema-scuola, nella seconda parla di esperienze di educazione libertaria sparse per il mondo). Per Codello, come per Illich, l’istituzione scuola non è riformabile e bisogna immaginare altre forme di educazione – pubblica sì, ma non statale.

L’opera di questi autori mostra come sia possibile ragionare su progetti educativi collettivi diversi da quello pervasivo e omogeneizzante della scuola statale obbligatoria. Possibile e opportuno, fosse anche solo per incrinare un po’ quella monolitica difesa del sistema-scuola che caratterizza la sinistra e che si condensa da qualche tempo nel ritornello «l’educazione non è una spesa, è un investimento». E sia pure. Ma vogliamo discuterlo questo investimento? È qualcosa di positivo, come si usa ormai dire, “a prescindere”? Paradossalmente quella che è spesso definita una “storica vittoria” – il NO del 2001 all’ambigua iniziativa cantonale «Per un’effettiva libertà di scelta della scuola» – ha contribuito a rafforzare la difesa acritica della scuola pubblica da parte di quella che usiamo chiamare “sinistra”. Il dibattito sulla scuola, assai vivace una trentina di anni prima, si era già molto appiattito, ma da lì in poi, un po’ come avviene in altri ambiti di fronte alle devastanti trasformazioni strutturali portate da liberalizzazione e globalizzazione, si è cercato più che altro di salvare lo status quo minacciato: sempre più sulla difensiva, questa sinistra, senza più la capacità di immaginare un futuro diverso. 

Si tende a dimenticare che la scuola – questa “vacca sacra” (Illich) di cui abbiamo interiorizzato il culto – è come ogni altra istituzione un prodotto storico. Nata con l’affermazione dello Stato/Nazione e con la rivoluzione industriale, la scuola statale obbligatoria rispondeva a vari bisogni: alle aspirazioni liberal-democratiche e poi socialiste di emancipazione popolare e di incivilimento; alla formazione del cittadino per la nascente democrazia, poi ampliatasi con la progressiva estensione del diritto di voto; alla trasmissione della nuova religione laica della Nazione; al disciplinamento di mente e corpo per le nuove esigenze della società industriale. Poi, soprattutto con le trasformazioni portate dagli anni ’60-’70 del Novecento, la scuola si è in parte affrancata da alcune di queste sue funzioni, non modificando però la sua struttura, e ora mostra sempre più chiaramente una nuova missione: l’insistenza sulle competenze misurabili e spendibili a detrimento della conoscenza – e quindi la promozione di un’intelligenza utilitaristica, di un “saper fare” acritico – è infatti funzionale all’economia post-fordista che richiede adattabilità e flessibilità.

Strumento di nazionalizzazione delle masse, la scuola è stata anche strumento di emancipazione sociale (anche se emancipa quelli che manda avanti e condanna gli altri). Ma lo è sempre meno, in una società che da un lato spinge a una formazione senza fine e dall’altro non garantisce più nulla a chi si è “formato”. E sempre meno è strumento di emancipazione in termini più strettamente culturali – nel senso dell’acquisizione di strumenti importanti per la propria crescita personale e la costruzione di una visione critica della società in cui si vive – con la tendenziale emarginazione delle “conoscenze” e l’accento posto sempre più sulle “competenze” richieste dal mercato del lavoro. 

È tuttavia vero che la scuola – di fronte alla pressione globalizzante dell’economia, alla logica produttivistica che ragiona in termini di “risorse umane” e sta sempre più insidiando il sistema educativo – può essere un luogo di resistenza. Lo è nella misura in cui al suo interno si manifestano forme di opposizione ai cambiamenti in atto: in difesa di un sapere critico, del valore intrinseco della cultura, della sensibilità umanistica, dell’autonomia intellettuale dell’insegnante e di altri valori che dovrebbero improntare la società. Ma si tratta di una resistenza essenzialmente inerziale, tesa a salvare l’esistente dall’erosione (di risorse e di senso). È che forse l’esistente, pur riconoscendo che stiamo andando verso il peggio in molti ambiti, non è così difendibile.

Ora in Ticino una proposta di cambiamento – «la scuola che verrà» – ci piove dall’alto: un’operazione sostanzialmente di vertice che offre però l’occasione di riaprire finalmente il dibattito, anche se questi decenni di acquiescenza difensiva hanno molto smussato gli strumenti critici. Quanto ci si sta proponendo è carico di ambiguità per il contesto di generale trasformazione che la scuola sta vivendo, indipendentemente dalle intenzioni dei promotori. Da un lato il progetto riprende alcuni principi che sono sempre stati propri della miglior pedagogia, in primo luogo la centralità dell’allievo. E principi sacrosanti quanto vaghi come inclusione, equità... Alcune scelte, come quella di rompere la griglia settimanale e di organizzare diversamente il tempo scolastico, possono aprire interessanti prospettive, ma la riforma è lanciata in un momento in cui si stanno globalizzando alcune scelte di fondo, tanto che è ormai difficile parlare al plurale di sistemi educativi: il modello è uno solo e tutte le istituzioni regionali e nazionali vi si stanno adeguando. Basti pensare, per la Svizzera, ad Harmos, che tra l’altro ha portato l’inizio dell’obbligo scolastico a 4 anni, espropriando bambini e genitori di altre possibili forme di crescita comune, meno rigide ed eterodirette, prima delle elementari. Con Harmos, soprattutto, le famigerate “competenze” hanno un ruolo centrale. Basti vedere il suo macchinoso impianto di valutazione-certificazione, che ritroveremo nella «scuola che verrà». Non va poi dimenticato che è la natura stessa dell’istituzione – con le sue inerzie, le sue gerarchie, i suoi dispositivi di controllo – a ostacolare soprattutto le dinamiche virtuose. Ci vorrà quindi molta vigilanza attiva per evitare che in questo clima le proclamate buone intenzioni della riforma vengano stravolte; per evitare che la scuola si trasformi ancor più da promettente strumento di liberazione personale in rullo compressore, al servizio non della crescita dell’individuo ma dell’economia che verrà (con la quale già ci stiamo drammaticamente familiarizzando).

Quanto alla descolarizzazione, che richiede la decolonizzazione del nostro immaginario educativo e un grande impegno nel creare il nuovo, non sarà certo per dopodomani. «Io spero che alla fine di questo secolo ciò che oggi si chiama “scuola” sarà un ricordo storico, una moda che imperversava nell’epoca dell’automobile privata e che sarà abolita insieme con questa», scriveva Illich. Ma all’inizio del secolo successivo siamo ancora pienamente nell’epoca dell’automobile privata e della scuola. Chi ha già passato i cinquant’anni ci morirà dentro di sicuro.

Danilo Baratti

(Scuola. Strumento di emancipazione o rullo compressore?, «Voce libertaria», n. 35, settembre-dicembre 2016, pp. 8-9)