Lunedì, 16 Novembre 2015 13:56

Un cetaceo spiaggiato (2015)

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Appunti sulla mutazione dei Verdi del Ticino (quasi un diario)

Un cetaceo spiaggiato

Appunti sulla mutazione dei Verdi del Ticino (quasi un diario)

Questa non è una cronaca sistematica, ma un tentativo di ricostruire un clima e un percorso politico – quello dei Verdi del Ticino nell’ultimo decennio – sulla base di un’esperienza personale. Non c’è quindi nessuna pretesa di presentare “la” storia dei verdi cantonali. È l’esposizione di un punto di vista, il mio. C’è però lo sforzo di attenersi ai fatti, anche con il frequente ricorso a fonti documentarie. Nella narrazione introduco vari frammenti delle e-mail che ho conservato (mi rendo conto che una conservazione più regolare delle comunicazioni, oltre che dei ritagli di giornale, mi sarebbe stata molto utile, anche per avere un quadro cronologico più completo). Sono materiali che, oltre a ricordare dati precisi, lasciano filtrare anche umori, percezioni, relazioni. Per discrezione uso solo messaggi scritti da me, anche se sarebbe stato molto efficace riprendere qua e là considerazioni consegnate alla posta elettronica da altre persone. Del partito e del coordinatore uso solo materiale pubblico (articoli, comunicati, eccetera). Solo episodicamente accenno a situazioni che, pur legate ai temi toccati e a me note, non ho vissuto personalmente. Se non parlo qui dell’attività concreta svolta dai Verdi, in parlamento e nei comuni, non è certo per negarne qualità e dimensioni; tenendo conto delle forze ridotte, i Verdi hanno dispiegato molte energie e sono state fatte parecchie buone cose. Semplicemente qui mi occupo d’altro: di un doppio percorso, quello dei Verdi e il mio, dentro un clima politico sempre più soffocante.

Nuovi arrivi

L’ultimo decennio dei Verdi si apre con un’importante fase di allargamento e rinnovamento. 

Entrano a far parte del piccolo partito, che aveva dal 2003 due deputati in parlamento, parecchie figure nuove – come Greta Gysin, Samuele Comandini, Sergio Savoia, Michela Delcò – che affiancano militanti di corso variamente lungo come Giorgio Canonica, Francesco Maggi (i due parlamentari), Alessandro Boggian, Stefan Krebser, Melitta Jalkanen, Guido Oehen, Pierre Zanchi.

In quel momento il partito è coordinato da Melitta Jalkanen e Alessandro Boggian. 

Sono in molti a caldeggiare l’arrivo di Savoia, fuoriuscito dal PS e già contattato in precedenza come consulente per la comunicazione o per moderare serate elettorali (questo già nel 2003). Nel 2006, al suo approdo nei Verdi, intorno alla sua già ingombrante figura si sviluppano alcune tensioni: chi lo vede come il grande comunicatore e futuro ispiratore del partito (tra i “vecchi”certamente Maggi e Krebser, tra i “nuovi” quasi tutti), chi lo vede come un elemento potenzialmente destabilizzante e politicamente poco affidabile (Canonica), chi lo guarda con un misto di apprensione e speranza (Jalkanen).

Com’è noto i Verdi presentano una crescita di consensi nel 2007 (4 deputati in Gran Consiglio) e ancora nel 2011 (7 deputati), per poi perdere un seggio nel 2015. Ma in questa esposizione non vorrei tanto soffermarmi sui numeri, sui successi e gli insuccessi (di questi parlano già sufficientemente il partito e il suo leader, magnificando i primi e relativizzando i secondi, e anche i mass-media), ma portare qualche elemento di conoscenza sulle dinamiche, sui contenuti, sulle forme. Tuttavia in merito a date e numeri va fatta almeno una puntualizzazione, partendo dall’abborracciata scheda che nel sito ufficiale verditicino.ch intende riassumere la storia del partito. Vi si legge: «Nel 2002 viene eletta coordinatrice Melitta Jalkanen e nel 2006 è eletto coordinatore Sergio Savoia, che gestirà il momento di maggior crescita del Partito» (sito riconsultato il 5 novembre 2015). Probabilmente la precipitosa redattrice è stata tratta in inganno dalla vulgata fuorviante, spesso ripresa dai giornalisti, che indica in Savoia l’artefice della crescita dei Verdi dal 2,4 nel 2003 al 7.8% nel 2011. In verità Savoia diventa coordinatore, anzi co-coordinatore, solo dopo le elezioni del 2007, che vedono il partito passare da 2 a 4 seggi e sfiorare il quinto. A quel momento i Verdi erano ancora coordinati dalla coppia Boggian-Jalkanen. Sarebbe quindi più corretto dire che durante la gestione Savoia i Verdi sono passati da quasi 5 seggi a 7, scendendo poi a 6  nel 2015 (e questo senza disconoscere un certo “effetto Savoia” già nei numeri del 2007). Non dimentichiamo poi che per il balzo del 2011 si spesso è chiamato in causa l’“effetto Fukushima” (e ancora per spiegare il calo del 2015: l’“effetto Fukushima” non c’è più).

Dopo le elezioni cantonali del 2007, quando si tratta di sostituire il partente Boggian fino al rinnovo biennale delle cariche del 2008, Savoia è tra i candidati. Mi ricordo una riunione di comitato – dev’essere di quell’anno – in cui egli si propone focosamente come futuro coordinatore, affermando di avere un preciso progetto per i Verdi e chiedendo fiducia per realizzarlo. All’assemblea cantonale tenutasi il 9 giugno 2007 alle Scuole Nord di Bellinzona, Savoia è scelto a grande maggioranza, contro la candidatura di Guido Oehen proposta da Giorgio Canonica. Possiamo far iniziare qui ufficialmente l’“era Savoia” dei Verdi del Ticino, anche se per il momento accanto a lui c’è ancora la co-coordinatrice Jalkanen.

In quel clima di fermento, con una maggioranza galvanizzata da Savoia e dai nuovi arrivati, si mette mano anche allo statuto, con l’introduzione di alcuni cambiamenti: mi ricordo soprattutto la discussione su movimento/partito e quella sulla struttura di vertice, con l’abbandono del coordinamento a due, tipico della tradizione verde europea e svizzera (un vivace scontro si è avuto anche sui concetti di “coordinatore” e di “presidente” – denominazione proposta dai “rinnovatori”). Molto aveva fatto discutere anche l’articolo che recita: «in ogni caso al Coordinatore del partito spetta la direzione politica del partito».

Con lo statuto approvato nel maggio 2008 (e ritoccato nel 2012) il partito perde la sua vecchia forma “libera” e tendenzialmente orizzontale per assumere una più organizzata e classica forma-partito (anche se nello statuto è utilizzata, per accontentare tutti, la formula «partito e movimento»). Vengono create sezioni regionali e passa la figura, tenacemente difesa da Savoia, del coordinatore unico (ma pur sempre “coordinatore”, non “presidente”). E nel 2008 Sergio Savoia è eletto, come aveva auspicato, coordinatore unico.

Mediazione nella trasformazione

Bisogna pur dirlo: nei primi anni Savoia ha mostrato buone capacità di mediazione e anche un’apprezzabile propensione all’ascolto. Gestire un partito in rapida crescita e privo di un’identità politica consolidata non è facile. Già prima del 2005 il piccolo partito presentava al suo interno posizioni molto diverse: dall’ecologia politica fermamente anticapitalistica di Giorgio Canonica all’ambientalismo di stampo WWF di Francesco Maggi, dall’ecologia pragmatica di indirizzo liberale di Stefan Krebser all’ambientalismo cristianeggiante di Alessandro Boggian, passando dal sorprendente mix di apertura e conservatorismo luterano di Melitta Jalkanen. Tutti, comunque, con un percorso politico nei Verdi alle spalle.

Dopo il 2006 affluiscono però nel partito, spesso cooptate dai “nuovi” militanti, persone a volte del tutto prive di esperienza politica: buona volontà, entusiasmo, se va bene qualche competenza tecnica specifica, ma scarsa dimestichezza, se non estraneità totale, con i riferimenti ideologici e con i concetti elaborati dalla teoria e dalla prassi politica dall’Ottocento in poi. Nessuna conoscenza (né prima né dopo) della storia del movimento verde, delle sue radici, dei suoi punti di riferimento, delle sue diverse correnti, delle sue contraddizioni. Genericamente verdi. Ovviamente giungono anche persone meno sprovvedute politicamente. Tra i nuovi arrivi alcuni resteranno poco, altri di più, altri ancora diventeranno col tempo figure di peso. Anche molto in fretta, un po’ com’è sempre stato per la Lega: è una dinamica tipica dei nuovi movimenti politici in ascesa – a cui si aggiunge la tendenza (oggi ormai invalsa in tutti i partiti) a scegliere il “personale politico” non per esperienza e chiarezza di idee ma perché si fa avanti da sé o perché si ritiene abbia un certo appeal.

Un buon esempio di immediata cooptazione si è visto già all’assemblea che doveva decidere le liste per le cantonali del 2007. È proposto sul momento un tale mai visto prima alle riunioni, che espone le proprie qualità e accetta la candidatura al Consiglio di Stato: finisce primo subentrante nella lista per il Gran Consiglio e alla morte di Giorgio Canonica accede al parlamento (ma qualche settimana prima, già in odore di seggio, si dissocia dal partito, che di fatto resta con tre deputati). Alle elezioni successive una neo-verde, da pochissimo nel partito, difende la propria candidatura al governo spiegando che tutto quel che ha fatto nella vita l’ha fatto bene, e quindi farà bene anche quello. Porte spalancate, insomma, per chi ha un’autostima di ferro. Ma quest’ultimo è solo un aspetto secondario di questa nuova realtà dei Verdi, caratterizzata da un viavai di figure di vario spessore ma generalmente prive di precedenti agganci col partito. In questa situazione in divenire, fino a quando ha fatto quel che era chiamato a fare, cioè il coordinatore, Savoia si è mosso non solo con abilità (attitudine che tutti generalmente gli riconoscono) ma anche nel rispetto di un certo spirito “assembleare” e del patrimonio politico dei Verdi. Aggiungerei anche – e l’affermazione può oggi apparire sconcertante – tenendo il partito a sinistra (lo rivela anche il suo lessico dei primi anni, in cui ricorrono costantemente riferimenti come sinistra, area di sinistra, area progressista...).

Può essere uno specchio del momento un frammento di una mia e-mail al coordinatore Savoia del gennaio 2010. Dopo un’agitata riunione di comitato l’avevo biasimato per un’inutile sfuriata e gli facevo notare: «queste sono uscite che indeboliscono la tua posizione di coordinatore, e non è proprio il caso di indebolirla (si sottolinea continuamente, lo ha fatto anche Stefan nel recente mail, la tua insostituibilità nell’ambito della comunicazione, ma la tua leadership è innanzitutto politica e deve restare solida, in un partito che dispone di strumenti di navigazione un po’ tanto approssimativi)». E preciso che io non lo avevo votato al momento di designare il nuovo coordinatore. Certo in queste righe si potrebbe leggere anche una mia ingenuità rispetto al ruolo di Savoia. Tendo comunque a credere che questo frammento illustri veramente uno stato reale delle cose (e anche la risposta, che non mi sento autorizzato a riprendere, lo confermerebbe).

Quanto agli «strumenti di navigazione un po’ tanto approssimativi» del partito, riprendo parte di un altro messaggio a Savoia, del 16 marzo 2010, che avevo intitolato «i due analfabetismi» (partiva da un verbale di comitato particolarmente incomprensibile): una severa istantanea della condizione del partito, o della mia percezione di quella condizione.

(...) è evidente che tra i verdi attivi si manifesta purtroppo una bassissima competenza linguistica, che poi si riflette anche nell'ambito della comprensione di concetti e discorsi. Che fare? Affiancare al corso di comunicazione (?) un corso di italiano? 

L'altro analfabetismo mi preoccupa molto di più. È un profondo analfabetismo politico, di cui *** è illuminante esempio. Le sue considerazioni generate dai concetti di "borghese" e "liberale", sconcertano perché mostrano che si fa politica senza capire il significato di categorie storico-politiche fondamentali che fanno parte del patrimonio culturale dell'Occidente (e non del gergo social-comunista-rivoluzionario). (...)

Ho messo il titolo "i due analfabetismi" ricordandomi di un'introduzione (a non so più che libro) intitolata "le due ecologie", credo di Franco La Cecla. E poi mi viene in mente un testo di Luc Ferry (non è un ecologista), intitolato "le tre ecologie". Là si parlava di diverse posizioni nell'ambito dell'ecologia. Qui siamo costretti invece a fare i conti con i due analfabetismi: quello linguistico e quello politico. Siamo ridotti male. Quando mai arriveremo a dibattere delle due o tre ecologie, se ancora non abbiamo digerito i concetti correnti del linguaggio politico pre-ecologico?

Mi irritano ogni volta queste reazioni di fronte all'accostamento verdi-sinistra, quasi fosse il maggiore dei nostri problemi che ci impedisce di dormire. Queste nascono in gran parte dall'ignoranza politica, e da un altro accostamento, frutto di quell'ignoranza: sinistra=partito socialista, o sinistra=statalismo, come se la lunga storia della sinistra non comprendesse elementi antitetici a quelli appena ricordati, compresi filoni non marginali del pensiero verde.

Ma soprattutto mi pare superficiale e pericoloso l'invito a "dire cose nuove e nostre" facendo a meno di tutte le categorie preesistenti. Da un lato concetti come "destra", "sinistra", "principi liberali", "sistema capitalistico" eccetera non solo fanno parte del codice linguistico e concettuale del mondo in cui viviamo, ma si riferiscono alla realtà, pur nella mutevolezza dei concetti e della realtà stessa. Dall'altro, ed è la cosa più pericolosa, si sente l'impressione di poter fare tranquillamente a meno della storia e di poter inventare tutto da sé, assemblando "postmodernamente" pensierini inconsistenti di varia provenienza, per giunta con una bella dose di autocompiacimento.

Sulla competenza linguistica, disturbato dall’illeggibilità di quel verbale, ho forse esagerato, ma l’altra questione rappresenta un grande limite dei verdi ticinesi (e ormai, credo, di tutti i partiti). Ma non si tratta solo di un deficit di cultura politica e storica. Dopo la morte di Giorgio Canonica – che diffondeva, nella sua «Gazzetta verde» elettronica, anche articoli e segnalazioni che davano conto del dibattito teorico presente in campo ecologico – si è assistito a una crescente distrazione rispetto alle riflessioni politiche di ordine generale, capaci di fornire un quadro di riferimento in cui iscrivere l’azione concreta sul terreno locale. Non mi riferisco tanto ai singoli, ma al partito in quanto luogo di elaborazione del discorso politico.

Quanto a Canonica, pur salutato sul momento con qualche buona parola: morto e sepolto.

(Tra parentesi: il ricordo di Giorgio Canonica apparso a firma Sergio Savoia-Melitta Jalkanen sul «Bulletin vert» dei verdi romandi – n. 9, gennaio-febbraio 2008 – è stato scritto da me; non lo dico tanto per reclamarne la paternità ma per segnalare come non ci fossero a quel momento, tra me e i coordinatori, frizioni personali o politiche).

  

Forzature e rotture

È soprattutto nella seconda parte di questo decennio che si verifica il passaggio dai Verdi coordinati da Sergio Savoia ai Verdi “partito di Savoia”: da coordinatore unico dei Verdi, Savoia si profila sempre più come capo carismatico, come leader popolare (o almeno aspirante tale) che ingabbia e usa il partito invece di rappresentarlo. Si possono certo individuare le tappe di questo passaggio in alcune decisioni tattiche e strategiche ma non è facile render conto anche degli elementi caratteriali e delle complesse dinamiche relazionali e di potere dentro il partito che si intrecciano con quelle scelte.

Prima di toccare qualche momento forte di questa trasformazione, va perlomeno ricordata la costante debolezza del Comitato cantonale, l’organo a cui compete, secondo statuto, l’indirizzo politico del partito. Ne facevo parte anch’io e non mi sottraggo alla responsabilità collettiva: il Comitato cantonale dei Verdi si è mostrato in questi dieci anni inconcludente e dispersivo, favorendo la “presa del potere” del coordinatore e della Direzione.

Di fatto è sempre stata la Direzione a “dettare l’agenda” al Comitato, incapace di sfuggire alle pressioni dell’attualità per trovare lo spazio della riflessione politica (e non basterebbe poi trovare lo spazio: ci vorrebbe anche la propensione a riflettere). Un’indubbia responsabilità di questo stato di cose va attribuita anche a chi ha presieduto il Comitato in questi anni. A questo proposito va ricordato che dopo Guido Oehen, indipendente ma poco efficace, di fatto i presidenti di Comitato sono stati scelti e proposti dalla Direzione. L’ultima, nel giugno 2012, è stata Tamara Merlo, figura sempre più organica al “partito di Savoia” (si era messa a disposizione anche Greta Gysin ma, per usare una formula eufemistica, la sua candidatura non ha trovato un grande incoraggiamento in Direzione).

Detto della debolezza del Comitato, veniamo a qualche considerazione sui movimenti del coordinatore.

Un primo momento da segnalare, anche alla luce degli eventi successivi, è certamente la sua “uscita” critica sui bilaterali del novembre del 2009. Savoia metteva il dito su una questione importante, dicendo cose sensate. Cito buona parte dell’articolo uscito su «Ticinonews» il 12 novembre:

Sugli accordi bilaterali con l’Europa, Savoia ha rivisto la sua posizione. "Purtroppo i bilaterali sono stati pensati per le regioni dell'altipiano svizzero", dichiara il coordinatore dei Verdi ai microfoni di Teleticino. "In Ticino - aggiunge - la realtà è diversa. I costi umani e sociali degli accordi sono pesantissimi. E se hanno permesso a determinati rami dell'economia di avvantaggiarsi, per la gente normale i vantaggi sono difficili da vedere e gli svantaggi sono molto chiari".

E ancora: "Neanche la sinistra può più negare l’evidenza del mezzo disastro che hanno prodotto i Bilaterali. E una forza politica che non guarda in faccia alla realtà è una forza politica cieca”. 

"Devo dire facendo un po' di autocritica - prosegue Savoia - che la posizione della sinistra su questo tema è insufficiente. Io penso che bisogna ragionare in maniera razionale. C'è una concorrenza che non gioca sulla competenza ma sul salario, sulle prestazioni sociali, sul lavoro nero, sui subappalti, sugli asfaltatori irlandesi, queste sono cose che non si possono più negare. Che non si possono più passare sotto silenzio. Anche a sinistra bisogna rendersi conto che ci sono questi problemi. E che sono problemi seri. Non possiamo continuare a sventolare la bandiera dell'apertura e dell'integrazione, e dimenticarci dei costi che questo comporta. Non possiamo far finta di niente per ragioni ideologiche".

(...)

E ora Savoia intende portare il tema nel prossimo comitato cantonale dei Verdi, in agenda per giovedì prossimo (...).

Si badi all’ultima frase: il coordinatore annuncia via stampa cose che non ha ancora discusso in Comitato. Si tratta di una prassi che si riproporrà anche in seguito (prevalentemente usando la tribuna di «LiberaTV», come vedremo). Queste “fughe in avanti” determinano di fatto la politica del partito. Anche perché, e questo va evidenziato, in generale gli organi del partito vi si adeguano, sia per la tendenza all’unità verso l’esterno che caratterizza i Verdi, sia per le notevoli capacità di convincimento messe in campo, dopo queste forzature, dal coordinatore. Comunque l’uscita del 2009 è accolta dal Comitato senza particolari problemi. Del resto una posizione molto critica sulla formazione di questa (sottolineo) Europa è nel patrimonio genetico dei Verdi. Mi ricordo di aver inviato a Savoia, dopo questa discussione, un vecchio articolo di Giorgio Canonica contro il secondo pacchetto dei bilaterali.

Il 17 marzo del 2010 il coordinatore interviene sul «Corriere del Ticino» con un efficace articolo intitolato Dove stanno i Verdi del Ticino. Se lo leggiamo col senno di poi vi possiamo anche cogliere i germi della svolta populistica ormai alle porte, ma prendendolo semplicemente per ciò che dice, si può affermare che quanto scrive Savoia in quell’articolo può ancora essere considerato come espressione sintetica di una visione delle cose in cui si riconosce facilmente la stragrande maggioranza del partito. Poi le cose cambieranno.

Nel novembre del 2012 si tiene una “due giorni di riflessione” a Curzutt . Si creano dei gruppi di lavoro che cercano di individuare gli elementi vitali del pensiero verde, gli obiettivi futuri, le modalità di azione. Mi ricordo che il gruppo in cui ci eravamo trovati io e Savoia aveva insistito in primo luogo sulla necessità di tornare a fare un discorso politico strettamente agganciato ai valori. La due giorni si chiude però con un intervento “esterno” proposto a sorpresa dal coordinatore: quello del giornalista Andrea Leoni, presentato come persona particolarmente attenta alla “bassa cucina” della politica e quindi in grado di portare uno sguardo interessante e probabilmente spiazzante. Leoni analizza un quadro politico ticinese in rapida trasformazione e, dopo aver osservato che a sinistra lo spazio politico è già coperto dal buon lavoro del presidente socialista Saverio Lurati, insiste sulla possibilità di sottrarre parte dei voti leghisti, e non solo di quelli, con un’azione più spregiudicata, meno legata a temi e valori fin qui seguiti dai Verdi. Vi sono varie reazioni negative a quell’impostazione impregnata di calcolo, di considerazioni di ordine tattico. Il “ritiro” si chiude lì e per parecchio tempo non se ne parla: la presentazione in Comitato di una sintesi di quanto emerso è rinviata di seduta in seduta.

Poi, il 19 febbraio 2013, una nuova (e gigantesca) fuga in avanti. Non a caso è proprio Andrea Leoni a lanciare, su «LiberaTV», la nuova forzatura di Savoia, con il titolo O i verdi cambiano o i verdi muoiono. Vi si legge:

La notizia doveva restare segreta fino in prossimità dell’assemblea del partito convocata 
per sabato pomeriggio, all’università della Svizzera italiana a Lugano, dove ci sarà anche la presidente nazionale Adèle Thorens. Ma vista la portata dell’annuncio la golosità del cronista si è fatta pressante affinché l’informazione potesse essere anticipata prima del tempo. C’è voluta più che un’insistenza perché parte di quel colloquio privato venisse reso pubblico oggi e nella sua autenticità. Alla fine, Sergio Savoia, letto il testo, ci ha concesso la pubblicazione.
Il colloquio è cominciato con una lunga premessa che racchiude la molla della svolta.
 La premessa: “O i Verdi cambiano o i Verdi muoiono”.

Ed ecco un paio di “risposte” di Savoia a Leoni:

Chiederò all’assemblea il via libera per assegnare un mandato a un ristretto gruppo di lavoro che avrà il compito di analizzare la situazione, di sondare la società ticinese e di proporre in tempi molto rapidi idee concrete per realizzare questo nuovo inizio. L’obbiettivo è convocare un’assemblea straordinaria per il prossimo autunno, che possa discutere e ratificare il nuovo progetto politico. A scanso di equivoci dico subito che io non farò parte del gruppo. Questo per sottolineare che non c’è alcun interesse personale in ciò che ci apprestiamo a costruire. Al contrario vogliamo occuparci per tempo di questa ineludibile necessità di cambiamento, proprio per lasciare a chi verrà dopo di noi, presto o tardi, una casa che sia solida, moderna, e pronta a rispondere ai bisogni dei cittadini di oggi e domani.

 

A mio avviso dobbiamo assolutamente abbandonare la forma novecentesca del partito. Il nuovo soggetto politico dovrà avere l’agilità e l’essenza democratica propria dei movimenti. Questo da un profilo strettamente organizzativo. Dal punto di vista politico dobbiamo finalmente concretizzare il passo che ci porti oltre la destra, la sinistra e il centro. Dobbiamo seppellire i vecchi stereotipi, le etichette che abbiamo incollate addosso, anche per colpa nostra, e arricchire e ampliare la nostra offerta politica con nuove idee e proposte a trecentosessanta gradi, senza più avere dei temi tabù. Il nuovo Movimento dovrà essere una casa accogliente per ogni elettore che vuole davvero contribuire a cambiare questo Cantone, al di là della sua provenienza politica. Per farlo ci concentreremo su proposte e programmi, ad esempio andando a dialogare con quelle realtà economiche, e del mondo del lavoro, con cui fino ad adesso non siamo riusciti ad intrecciare un rapporto. Oppure con l’associazionismo e con tutto quello che si muove nella pancia della società.

Un bel gioco di squadra, non tra i Verdi (ancora ignari del grande progetto) ma tra Savoia e Leoni.

Nell’imminenza di quell’assemblea del febbraio 2013 Savoia insiste sulla necessità di sbarazzarsi dell’immagine del verde «tutto tofu e birkenstock» per guardare al futuro. Crea così uno stereotipo fasullo a suo uso e consumo, subito ripreso sia dalla co-coordinatrice dei verdi nazionali presente all’“evento” sia dai giornalisti (e ancora recentemente da Michela Delcò, sul «Caffè» dell’11 ottobre 2015). È incredibile come certe formule riduttive e improbabili possano avere successo: nessuno, né all’interno né all’esterno, aveva allora quell’immagine caricaturale dei verdi (e tra l’altro quasi nessuno usa le birkenstock, per quanto benefiche al piede, mentre il verde ticinese più legato al tofu e alla sua propagazione, perché lo produce, si è rivelato un savoiardo di ferro)

Il progetto di grande trasformazione, votato quasi all’unanimità (solo 5 astenuti, tra cui chi scrive), non si sviluppa nei tempi auspicati da Savoia. La famosa assemblea straordinaria non si terrà né in autunno né mai. I lavori della commissione procederanno a rilento, anche perché Savoia interverrà per interposta persona nel tentativo di aggiustare ciò che non sta prendendo la forma desiderata. Poi la cosa, tanto strombazzata al suo nascere, verrà più o meno dimenticata da tutti. Tornerà fuori, come vedremo, due anni dopo, in un momento di difficoltà.

Un mese dopo altra fuga in avanti, questa volta anticipata al Comitato e ai verdi di Lugano con richiesta di eventuali osservazioni: il 21 marzo Savoia fa sapere che il lunedì successivo sarebbe apparso su «LiberaTV»  il suo appoggio al leghista Borradori in caso di ballottaggio per la carica di sindaco a Lugano (25 marzo, L’endorsement di Savoia: “perché votare Borradori”). Sia nei giorni della “consultazione”, sia dopo l’uscita della dichiarazione, la posizione di Savoia suscita vivaci reazioni da parte di alcuni verdi, soprattutto luganesi. Ci torno dopo.

         

Savoia e la Lega

Quest’ultima mossa, il sostegno a Borradori, mi porta ad aprire una finestra sui rapporti con la Lega dei Ticinesi. Un momento di dibattito all’interno del partito si ha nel settembre del 2010, dopo che il «Mattino della Domenica» era uscito con il titolo di prima pagina Rom:“raus” o campi di lavoro! (12 settembre) e dopo che, il giorno successivo, qualcuno aveva reagito con dei vandalismi in via Monte Boglia. Una discussione iniziata per mail, molto animata e disordinata, era stata stoppata da un perentorio invito al silenzio del coordinatore, centrata sul fatto che attaccare Bignasca equivaleva a fargli pubblicità. 

Qualcosa si capisce da questa mia replica del 18 settembre:

Caro Sergio (e comitato, di rimbalzo),

di solito non intervengo nelle discussioni elettroniche, penso quindi di aver cumulato un “bonus” che mi consente di esprimermi nuovamente sull’argomento e di rispondere al tuo lungo chiarimento. Devo premettere che mi manca qualche riferimento, qualche frammento di dibattito, perché ho visto solo le sei o sette e-mail girate su <listacomitato>. Non facebook né altro. Mi concentro inoltre solo su quel che si relaziona alle mie affermazioni precedenti e alla loro interpretazione.

Prima di entrare nel merito, un’osservazione generale sulla tua risposta:
porti il discorso sul terreno di una ferita personale, insinuando che ti si accusasse di pavidità, omertà, complicità, addirittura di insensibilità al fenomeno del razzismo.
Non è affatto così, e penso anche che sia inutile dirlo (al tuo certificato biografico di antirazzista potrei anzi aggiungere un elemento: se non mi ricordo male, la prima volta che ho sentito il tuo nome, secoli fa, era in relazione a un movimento ticinese contro l’apartheid in Sudafrica). Non parlavo, né mi pare lo facessero altri, di reazioni e responsabilità personali, ma della questione nei suoi aspetti generali, di principio. La tua frase che ho citato («in nessun modo il nostro partito deve rispondere alle sparate idiote di un presidente di un altro partito») esprimeva considerazioni di opportunità politica, non teorizzava certo la pavidità o l’omertà. Partendo da quella, non mi sono invero preoccupato dell’opportunità politica (sai poi che a me della quantità di voti raccolti importa assai poco), ma di una necessità di altro ordine, più culturale e civile. E non certo nei termini di coraggio o viltà; non ci vuole un grande coraggio a distanziarsi dal Mattino, l’ha fatto anche il Gigio Pedrazzini.
Venendo al Mattino: non si tratta tanto del tasso di volgarità o aggressività, ma del peso simbolico di certe parole, e di chi le dice. Sarebbe un insulto alla tua cultura e intelligenza se facessi qui una lezioncina su cosa c’è dietro e dentro l’espressione «Rom raus», che non è semplicemente ascrivibile all’ambito della xenofobia (se si paragona l’era Schwarzenbach e la nostra, va bene tracciare un parallelismo con gli albanesi, ma con i rom la cosa è un po’ diversa...). Se trovi «Rom Raus» scritto sui muri da qualche esaltato, per quanto schifato e preoccupato non ne fai un caso. Se troneggia su un giornale preso in mano da mezzo Ticino la cosa è più seria (tra l’altro è uno dei pochi fogli stampati che vedono, e magari leggono, molti di quei sedicenni con cui mi confronto quotidianamente e a cui volevate dare il voto). Mi fermo.(...).

Aggiungo solo che anche il tuo riferimento ai fatti di Galbisio tende a confondere i due piani. Il gesto isolato e violento di singoli individui, per quanto più direttamente pericoloso per la vita di altre persone, ha un peso sociale e culturale diverso da uscite come quella di Bignasca (le cui parole possono evidentemente generare comportamenti criminali come quello di Galbisio e soprattutto renderli digeribili, se non addirittura graditi, al “popolo”).

Un fatterello marginale in merito ai rapporti con la Lega, o meglio con Giuliano Bignasca: il 28 maggio 2011 ha luogo l’assemblea generale della CORSI in cui si deve eleggere il nuovo comitato generale. Sono lì anch’io. In prima fila, Sergio Savoia scherza amabilmente con Bignasca, che gli è seduto accanto. Dopo le candidature proposte dai vari partiti, Bignasca propone Savoia in rappresentanza del WWF. In una pausa Savoia mi dice che non si aspettava questa uscita del Nano. Ho poi saputo che il coup de théâtre era invece stato concordato nei giorni precedenti. Savoia non viene eletto ma l’attenzione mediatica all’inatteso teatrino non manca: almeno questo obiettivo è raggiunto.

7 marzo 2013: muore Giuliano Bignasca. Savoia esprime i suoi sentimenti personali (dolore e amicizia) e chiede al partito di evitare commenti politici. Infatti non ce ne saranno.

Qualche giorno dopo, tuttavia, esplode la questione della candidatura Bignasca al Municipio di Lugano, che la Lega intende mantenere nonostante la dipartita del candidato. La sezione di Lugano esprime i suoi dubbi in un comunicato:

Noi Verdi di Lugano abbiamo deciso, come è noto, di rimanere fuori dalla competizione per il Municipio. Ciò non significa che il movimento sia distratto o indifferente rispetto a quanto si muove in quell’ambito. È quindi come cittadini e non come diretti concorrenti che ci teniamo a esprimere pubblicamente la nostra perplessità di fronte alla decisione di lasciare in lista un defunto. La questione è molto seria e riguarda il significato civile e politico della prassi elettorale. Si tratta di un unicum, un caso che finora non si era presentato, e che i rappresentanti di tutte le forze politiche hanno il dovere di approfondire senza strumentalizzazione di sorta. A queste perplessità di fondo se ne aggiunge un’altra: da quanto emerso in questi giorni il candidato ormai privo di vita, e quindi secondo la logica comune non eleggibile, non abitava a Lugano. Tale aspetto non può essere considerato marginale e deve altresì essere approfondito. (...).

Savoia critica seccamente il comunicato, come d’abitudine utilizzando «LiberaTV» (titolo: I Verdi Luganesi: “Bignasca fuori dalla lista”. E Savoia li bacchetta, 12 marzo). Queste le sue affermazioni: «Sono in totale disaccordo con quanto espresso nel comunicato dei Verdi luganesi. Quella non è né la mia posizione né la posizione del Partito. Che si occupino dei temi che stanno a cuore ai luganesi e non di affari che non li riguardano. Il nostro Partito non è abituato, né intende incominciare ora, a farsi gli affari che riguardano altre forze politiche (...). Personalmente non trovo nulla di male nel fatto che Giuliano Bignasca rimanga sulla lista. Anzi, siccome penso che i cittadini non siano scemi è giusto che, se le regole sono rispettate, possano votare chi vogliono e come vogliono». Incredibile. Tutto.

Dello stesso giorno (21.55) è questa mia e-mail, che spiega la genesi del comunicato e commenta la reazione di condanna del coordinatore cantonale (criticata, va detto, da vari verdi, e non solo luganesi) facendo riferimento non solo alla pagina di «LiberaTV» ma ai vari commenti che si sono rapidamente intrecciati dopo la stessa: 

Cari verdi,

gli ultimi messaggi mi hanno molto stupito, perché ero del tutto all’oscuro del can can sollevato dalla misuratissima presa di posizione dei verdi luganesi. Devo confessare, se volete cercare qualcuno da impiccare virtualmente, che la cosa è nata da una mia idea. Sconcertato dalla presenza in lista di un morto, e convinto che si trattasse di un tema pienamente politico – con risvolti di carattere istituzionale – di fronte al quale fosse doveroso dire qualcosa, ho proposto di fare un comunicato. Ho fatto una bozza che ritenevo moderata e ho poi anche reagito male (si trattava un po’ di un accumulo di cose, della classica goccia) di fronte alla prudenza del coordinatore della sezione luganese, che riteneva quel comunicato polemico. Poco a mio agio in questo clima di elezioni, di passi calcolati, di soppesamenti, di valutazioni di opportunità, ho comunicato alla sezione che me ne sarei stato un po’ alla larga, congelato, fin dopo le elezioni.

Poi dai messaggi recenti vengo a sapere che un comunicato è uscito (sono poi andato a vedere su LiberaTV: molto misurato, inattaccabile) e che Sergio l’ha criticato pubblicamente.

Anche se quel testo non è il mio, lo rivendico nella sostanza e lo difendo.

Contrariamente a quanto dice il nostro coordinatore, la questione mi sembra tutt’altro che irrilevante, e di piena pertinenza del gruppo di Lugano. Non c’era da parte mia (e men che meno da parte di coloro che ho criticato per l’eccesso di prudenza) nessuna intenzione di aggirare o sgambettare il coordinatore. Del resto, quanto a scambio democratico di opinioni, non so quanto le affermazioni di Sergio o della direzione sul caso Bignasca siano state coordinate con il gruppo di Lugano (non sarebbe forse logico anche questo, e non solo il contrario?).

Non entro nel merito dei vari commenti, anche se taluni punti d’appoggio, come Fantozzi, meriterebbero un approfondimento di carattere antropologico e generazionale. Mi limito ad affermare, da parte mia, che quelle “due o tre persone” forse non rappresenteranno la sensibilità dell’universo mondo ma erano concordi almeno sul fatto che la potenziale elezione di un morto ha in sé qualcosa di paradossale, che chiama in causa una pubblica riflessione (perché non è in lista per il comitato della corale di Fescoggia, ma per il Municipio di Lugano). Anche dopo le varie reazioni che ho letto (e forse ora ancora di più) sono convinto che il comunicato era opportuno. Perderemo voti? Non lo so e (qui riconosco la mia estraneità al comune sentire, che mi fa sentire spesso fuori posto) non ne faccio un problema determinante: mi interessano di più altre cose, come il sollevare questioni se ci sono questioni da sollevare. Aggiungo che ognuno sente poi le opinioni dell’ambiente che frequenta, e io ho registrato molto sconcerto, tra gente che pure vota verde, per il modo in cui Sergio ha commentato l’ingombrante dipartita. Non saranno voti anche quelli? Anche persone in lista a Lugano hanno manifestato stupore. Stiamo facendo una svolta contro il muro, come dice Sergio? Io mi chiedo piuttosto: queste reazioni irritate e di condanna di fronte alla libera espressione di un gruppo di verdi (tutti pensanti, benché con teste assai diverse) rispetto a un tema che li concerne direttamente sono forse la prefigurazione di quel nuovo che si va preparando? Vedo dagli ultimi messaggi che non sono l’unico ad avere qualche preoccupazione in questo senso.

In questo clima teso cade l’«endorsement» a Borradori che, come ho già detto, ha prodotto varie reazioni negative. Ecco cosa scrivevo il 24 marzo, il giorno prima dell’uscita della dichiarazione di Savoia, al comitato e ai verdi di Lugano:

1. Ho letto il testo di Sergio e parecchie reazioni negative di “luganesi” (soprattutto oggi). Anch’io sono intervenuto, scrivendo solo a lui, più che altro segnalando alcuni passaggi che non mi convincevano. Nel complesso questa sua dichiarazione mi può star bene, visto che di fronte alla scelta, al ballottaggio, tra Giudici e Borradori non ho molti dubbi sulla preferibilità del secondo. Senza nessun entusiasmo, questo è chiaro. È un pensiero che, come cittadino votante, avevo già fatto parecchio tempo fa, per conto mio. E penso di non essere il solo. Certo che c’è una differenza tra la scelta di un individuo nel cosiddetto segreto dell’urna e una dichiarazione pubblica del coordinatore del partito.

2. Devo dire che sono rimasto un po’ stupito dalle numerose reazioni, anche nette, su questa proposta, perché in passato, quando si è sollevato il tema di una presa di distanza chiara dalla Lega, l’opinione prevalente era tutt’altra (con mio grande disappunto: sono perennemente “al borde”, ma non sono mai stato più vicino allo sganciamento quanto qualche mese fa, quando il dibattito sullo “stile” della Lega era molto vivo e i verdi non hanno detto una sola parola. Non una). Mi fa piacere sentire finalmente un po’ di viscerale opposizione alla Lega. È consolante. Mi sarebbe piaciuto leggere allora questa frase di Sergio: «Troppe cose ci separano, a cominciare dallo stile e dalla questione del rispetto delle persone» (magari l’ha anche detta, ma in quel caso mi è sfuggita). [Nota: Savoia aveva appena scritto questa frase in un mail di quello stesso 24 marzo, in risposta ad alcuni verdi luganesi che avevano criticato l’invito a votare Borradori].

3. Tornando alla questione Borradori. È chiaro che qui ci troviamo di fronte a orientamenti generali diversi. Da un lato Sergio che, lo sappiamo, valuta tatticamente ogni mossa, con l’obiettivo di aumentare i voti verdi. Non c’è dubbio che lo sappia fare bene, non posso che riconoscerlo (anche se ho molti dubbi sulla possibilità e l’opportunità di intercettare voti leghisti, mentre ho qualche certezza sulla probabilità di perdere altri voti). Le sue argomentazioni sono molto chiare. Suppongo che buona parte della direzione condivida questo indirizzo.

4. Sergio invita i perplessi a «superare certi schematismi di pensiero e considerare il comportamento degli elettori, a cominciare dai nostri». Dall’altra parte, questi “schematismi” sono chiamati – magari ingenuamente, magari no – “principi”. Il problema è fino a dove si spingono i mezzi in relazione ai fini. Che peso dare ai primi e ai secondi (i secondi dovrebbero in ogni caso essere i primi, e ognuno certamente dirà che per lui lo sono). E i mezzi devono essere in armonia con i fini.

5. A me pare che questa reazione, questa sana reazione, si manifesti nel caso in sé meno problematico (perché si può benissimo giustificare un voto per Borradori al ballottaggio) ma che cade come la famosa goccia. Il vaso era stato colmato dai precedenti silenzi, dalle strizzatine d’occhio, dalle pubbliche lodi post mortem a Bignasca. Ieri sono stato un momento alla bancarella: sarà un caso ma l’unica discussione con un passante si è sviluppata su questo punto (un signore disgustato dalle attestazioni di stima espresse da Sergio).

6. Per quel che mi riguarda, ho già detto che se ci sarà ballottaggio voterò per Borradori. Ma non l’ho mai fatto e non lo farei in un altro contesto. Non lo voterò certo al primo turno rafforzando l’annunciato successo della Lega. Devo anche dire che quel quinto di votanti scheda verde che alle cantonali ha votato per Borradori mi preoccupa e che se aumentiamo la quantità di quel tipo di votante non c’è necessariamente da rallegrarsi. Posso capire che chi guarda con particolare attenzione al pallottoliere possa vedere le cose diversamente.

7. Per concludere (ma non è una conclusione sul caso specifico). A me pare sbagliato porre continuamente l’alternativa netta, come usa fare Sergio, tra “partito vincente” e “partito di testimonianza”. Un partito è un organismo vivente e per sua natura impuro che deve trovare una sua collocazione tra quei due poli. Mi pare che queste discussioni siano salutari perché aiutano a trovarla.

Svolta populistica

Tornando al discorso generale, mi pare di poter collocare intorno al 2011, anno di elezioni, un timido inizio di quella svolta populistica che si paleserà in tutta evidenza due anni dopo (qualche prodromo lo si può forse già cogliere in alcune riflessioni di carattere comunicativo circolate nell’autunno 2010 in vista della campagna elettorale). Come tutti sanno, le elezioni cantonali vanno molto bene per i Verdi, che aumentano dal 4,2 al 7,6% e passano da 4 a 7 deputati. 

Anche qui posso cavare qualche elemento di commento dalla mia corrispondenza: una mail al comitato del 19 aprile che si apre con alcune considerazioni su eletti e non eletti e così continua:

La seconda questione è un po’ più complicata, e non è nemmeno una sola. Prende lo spunto da un articolo della Regione del 14 aprile (ma anche da altri segnali). Sergio dice: «Noi domenica scorsa siamo stati premiati per una linea di autonomia perseguita negli ultimi anni da me, dalla Direzione e dal Comitato, rispetto alla classica posizione a sinistra del partito. Una scelta (...) diciamo alla destra del Ps». E ancora: «il ragionamento che faccio io e porterò domani sera alla Direzione è molto semplice: non possiamo cambiare la linea politica sin qui adottata, cercando un allineamento strategico con Ps». Leggendo i passaggi citati, qualcuno avrà magari pensato che a preoccuparmi sia la «linea di autonomia». Invece no: su quella posso essere d’accordo, pur ritenendo che ogni scelta tattica (leggi congiunzione) vada comunque valutata almeno per una frazione di secondo. Sono altre le cose che mi preoccupano. La prima riguarda un’espressione che si trova spesso sulla stampa: «il partito di Savoia». È vero che si sente dire anche «il partito di Gianora» (poveretto!), è una formula abusata. Però bisogna prenderla sul serio. Anche se si usa dire che nessuno è insostituibile, in verità Sergio lo è (almeno di questi tempi). Questo rafforza la tendenza a identificare il partito con il suo coordinatore. (...). Ogni tanto il coordinatore ci mette del suo, per esempio annunciando «il ragionamento che faccio io e porterò domani sera alla Direzione»: la frase può essere del tutto innocente, ma bisogna stare un po’ più attenti a non lasciar passare questa immagine di un partito che ratifica le opinioni precedentemente espresse alla stampa dal suo coordinatore (tra l’altro, in questo caso la «linea di autonomia» era stata avallata, anche se in forma ancora puramente consultiva, dal comitato). È un aspetto da gestire ancora più accuratamente, dopo questo successo elettorale (in cui Sergio, questo nessuno lo può mettere in discussione, ha avuto un ruolo determinante). Una buona occasione per “desergizzare” l’immagine del partito sarà la campagna per Greta (spero) al Nazionale.

L’altro risvolto problematico, almeno per me, è quello dei Verdi «alla destra del PS». Qui la faccenda è complicata anche dal non aver mai discusso seriamente di destra e sinistra, o più semplicemente dal continuare a usare certe categorie – che hanno una loro complessità ­politica, storica e filosofica – nel modo in cui lo fanno i giornalisti del Caffè o i sondaggisti. Lascio perdere destra/sinistra e mi limito a osservare che oggi i Verdi sono gli unici portatori di una visione anti-sistemica (mentre i socialisti sono ormai soltanto una delle varianti di quel sistema), che i Verdi sono portatori di una radicalità e di un desiderio di profondo cambiamento estraneo agli altri partiti. Conosco parecchie persone che quest’anno hanno votato verde, per la prima volta, proprio per questo: ho però il sospetto che sentendo annunciare con soddisfazione che i Verdi già si sono collocati «in una posizione centrale» e che ancora «devono guardare al centro» (parole, queste ultime, del titolo, non di Sergio), comincino a pensare di essere di fronte a un partito come tutti gli altri (chi non guarda, oggidì, al centro?) e che magari in futuro decidano di non più votarlo. Come potrei fare, del resto, anch’io.

In un’intervista pubblicata dal «Corriere del Ticino» il 23 settembre 2011 (Voglio i verdi forti e indipendenti) troviamo, come ben dice il giornalista, «un Sergio Savoia frizzante (...) galvanizzato dall’ottimo risultato delle elezioni cantonali del 10 aprile e determinato a vendere bene i Verdi, un partito in chiara ascesa in Ticino». Dopo aver spiegato anche qui la scelta di non congiungersi con i socialisti per le imminenti elezioni federali, Savoia afferma: «nei miei progetti a medio termine c’è un partito dei Verdi forte, indipendente, non legato a consorterie di nessun tipo. Un partito intorno al quale si potrà, spero, costruire un fronte di centrosinistra forte con un PS finalmente, oso crederlo, rinnovato». Interrogato a proposito dei temi della campagna per l’imminente elezione nazionale, risponde: «Il lavoro in primis. In Ticino bisogna difendere il lavoro dei cittadini che risiedono sul territorio. Come genitore mi preoccupo del posto di lavoro dei miei figli. Come tutti i ticinesi vorrei che potessero lavorare qui, nel loro Paese. Vorrei che non fossero sfruttati e che il loro talento fosse riconosciuto. E vorrei che qui potessero avere una famiglia, una casa, un futuro. Come vede sono aspirazioni semplici, come quelle di tutti i ticinesi. E credo che queste aspirazioni sacrosante vadano sostenute con tutti i mezzi».

Ecco emergere uno degli elementi che d’ora in poi saranno ricorrenti: l’accorpamento di chi vive in Ticino – con storie, bisogni, desideri e identità politiche diverse – in un’unica grande famiglia indistinta: «tutti i ticinesi». E, manco a dirlo, Savoia ne incarna e interpreta i sogni e le esigenze. È proprio come loro, ha le stesse «aspirazioni semplici» di «tutti i ticinesi». Come ribadisce nella stessa intervista: «Noi abbiamo a cuore l’economia, la sicurezza e l’ecologia come tutti i ticinesi» (è bello sapere che «tutti i ticinesi» hanno a cuore l’ecologia: questa propensione etnica per l’ecologia finora mi era sfuggita).

Siamo di fronte a un aspetto tipico del populismo. 

Dall’autunno del 2011 salto a quello del 2013, quando dò le dimissioni da membro del comitato cantonale. Per farla breve, riprendo subito la mia comunicazione del 17 novembre, che si sofferma sul nuovo stile comunicativo dei Verdi e sulle sue implicazioni politiche:

(...) mercoledì scorso è stato diramato un comunicato dei Verdi sul rischio della collocazione di una stazione di trasbordo sul piano del Vedeggio, possibilità che fa inorridire. Anch’io inorridisco, ci mancherebbe!, ma non solo per questa infelice prospettiva: anche per il modo in cui la preoccupazione dei Verdi viene comunicata.

A parte qualche rara eccezione, aspetto sempre un po’ prima di reagire in forma scritta a ciò che mi colpisce. È sempre meglio riflettere, lasciar sedimentare le arrabbiature. Sono passati quattro giorni e il mio senso di fastidio non è diminuito. Né è cambiata la risoluzione presa nel momento in cui ho letto la frase «I Verdi ticinesi non sono disposti ad essere presi per il fondello dal Consiglio federale e dai politici bernesi!»

È una modalità espressiva che suona famigliare, a noi ticinesi. Allo stesso stile si potrebbe ascrivere, più lontanamente, anche il titolo «Stazione di trasbordo sul Vedeggio? Non se ne parla nemmeno!». Ma lasciamo perdere il titolo: non è così grave.

Cos’è grave, allora nell’altra frase? È triste doverlo spiegare, ma bisognerà pure, o almeno sembra. Il ritornello dei ticinesi oppressi dall’ottusità di Berna è un pilastro del discorso leghista: un ritornello politicamente falsificante che si accompagna a espressioni rituali come «i balivi di Berna» (i «lor signori» della frase successiva, che non sono certo quelli di Fortebraccio, di cui non si ricorda più nessuno, anche per ragioni anagrafiche).

È questa la nostra analisi politica? Che categoria è mai quella dei «politici bernesi»? Non ne fanno forse parte anche i verdi, insieme ai liberali o ai socialisti e a tutti gli altri? Anche i deputati ticinesi, insieme ai glaronesi e ai giurassiani? Le scelte politiche sono determinate da una contrapposizione tra una Berna arrogante e cattiva e un Ticino tartassato e vessato, vittima della perfidia federale? L’allarmante ipotesi di una stazione di trasbordo in questa zona è legata al fatto che Alptransit sbuca nel Sottoceneri invece che nella valle di Goms o a una particolare volontà «bernese» di fregare i ticinesi, eterni figli della serva?

Se è questo il messaggio che facciamo passare con affermazioni simili, in che cosa ci differenziamo dalla propaganda politica della Lega? Dicendo, in forma doppiamente singolare, «prendere per il fondello» invece di «prendere per i fondelli»? 

Per chi facesse fatica a orientarsi in quanto sto dicendo: non sto parlando della risaputa volgarità del linguaggio leghista, che è un altro tema, pure importante. Nel comunicato c’è un’altra forma di volgarità: volgarità concettuale e argomentativa, povertà analitica, riduzione e falsificazione della realtà. Dietro l’espressione «politici bernesi» (che ci prendono per...) c’è una visione populisticamente distorta della politica federale oppure il tattico scimmiottamento di uno stile comunicativo che si è dimostrato elettoralmente pagante. Non saprei dire se una cosa sia migliore dell’altra. Immagino che la scelta di quella formulazione sia da ricondurre alla seconda ipotesi. In ogni caso non mi trovo a mio agio né tra chi fa proprie ingenuamente queste categorie, fosse pure per semplice assuefazione, né tra chi le utilizza consapevolmente per cercare simpatie.

In questo mio fastidio gioca poi una circostanza non irrilevante. Proprio la settimana prima ero intervenuto con un’osservazione che andava nella stessa direzione (criticando la bozza di uno stringatissimo comunicato stampa sul rincaro della vignetta, ridotto a questa frase: «una tassa iniqua che colpirebbe le famiglie già in difficoltà per la crisi economica, con l’unico obiettivo di costruire nuove strade»). Avevo ritenuto di stampo leghista la prima parte della frase, perché lanciava un messaggio poco chiaro, genericamente anti-tasse, mentre sarebbe stato opportuno spiegare la precisa natura di questa iniquità e far capire quali sarebbero per i Verdi i provvedimenti, anche fiscali, da prendere in questo campo. Alla fine c’è stato un piccolo aggiustamento del comunicato (mentre uno sforzo maggiore di spiegazione c’è sul sito e nella Newsletter, arrivata proprio oggi). Se torno su questo è solo per mettere in evidenza che l’uscita sui «politici bernesi» arriva subito dopo una discussione su comunicati stampa di questo genere. È un argomento in più che mi fa propendere per l’intenzionalità, non per la distrazione: si vuole proprio comunicare in quella forma!

Del resto questa scelta può essere ritenuta coerente, almeno agli occhi di chi l’ha operata, con il disegno, già teorizzato più volte, di sottrarre voti alla Lega in un momento di particolare disorientamento e sommovimento del panorama politico cantonale (e generale). Con esche come quella dei «politici bernesi» che ci guastano la vita si otterrà magari qualche elettore in più, pronto però a sputare l’amo e ad abboccare ad altre lenze alla prima occasione, quando i Verdi faranno apertamente, su certi temi delicati, un discorso verde (per esempio sulla tassazione del traffico automobilistico). Perché in questo acquitrino stanno pescando in molti, e tutti con la stessa musica.

Basta. È una lettera anche troppo lunga rispetto alla brevità dei comunicati che la direzione ritiene opportuni ed efficaci. Non mi sono mai identificato pienamente nei Verdi, e questo è normale: un partito è un partito, non la tua fidanzata e tantomeno il tuo specchio. Oggi non mi ci identifico a sufficienza per restare in un organo centrale come il comitato. Per questa mia appartenenza sono spesso chiamato in causa da amici per giustificare quel che «il partito» fa o dice, e la cosa a volte mi imbarazza. Il comunicato (che del resto non è del comitato) ovviamente non è l’unica causa di questa decisione. Semplicemente sono giunto all’ultimo stadio di un crescente sentimento di estraneità (e di inutilità). Preferisco vedere come evolveranno le cose da una posizione più defilata, nella speranza che i Verdi rimangano anche per me un partito votabile e frequentabile.

Da questo punto di vista le cose sono invece andate peggiorando a gran velocità. Un’evidente accelerazione di queste scelte la possiamo cogliere nella campagna che precede la votazione sull’iniziativa federale dell’UDC «Contro l’immigrazione di massa», fissata per il 9 febbraio 2014. I verdi del Ticino, come è noto, si sono espressi per il sì, in contrasto con la posizione dei verdi nazionali. La cosa ha fatto molto discutere dentro e fuori il partito. Io ho votato no e sono anche intervenuto pubblicamente prima del voto («Corriere del Ticino», 29 gennaio. Così concludevo: «Chi voterà questa iniziativa illudendosi di aiutare il disoccupato ticinese a trovare lavoro finirà invece per aiutare la destra populista ad ammorbare ulteriormente il clima politico»). Anche altri verdi, come Greta Gysin, Usman Baig, e Stefan Krebser, si sono espressi apertamente per il no. La posizione di Savoia, sostenuta dall’ampia maggioranza del comitato (riunione poco frequentata, a quanto mi è stato detto, ma questo è un dettaglio secondario), è stata certamente un fattore lacerante all’interno del partito. A questo proposito i media hanno prestato particolare attenzione alla posizione divergente di Greta Gysin. Ma la frattura più profonda creata da quella campagna, almeno ai miei occhi, sta altrove e riguarda la forma del discorso politico utilizzata dal coordinatore in quel contesto. Come si è visto, l’adozione di uno stile populistico si stava profilando già da tempo, ma a ridosso della votazione il fenomeno raggiunge la massima intensità. Lo si coglie negli scritti sui giornali e negli interventi sui media audiovisivi di Savoia, e ancora di più, moltiplicati al quadrato per villania e virulenza, nel suo blog, un luogo sì pubblico, ma un po’ più discosto e ristretto, in cui i limiti della decenza si possono più agevolmente superare. In quella sede Savoia è arrivato, almeno in quel momento, alla pura e semplice denigrazione dell’avversario politico (quale sia stata la pratica successiva non so, perché non l’ho più seguito). Più in generale, nei suoi scritti del periodo, anche i più tranquilli, sfodera tutto il repertorio di luoghi comuni cari alla “gente”: i docenti «col culo al caldo», gli intellettuali «prezzolati», i socialisti danarosi e aristocratici... Ne ho già scritto lungamente in un articolo intitolato Interferenze, pubblicato su «Verifiche» nell’aprile 2014, e rimando a quello (dove analizzo alcuni suoi scritti rintracciandone gli elementi riconducibili alla categoria politologica e storica del populismo, come l’esaltazione delle virtù innate di un popolo indistinto con cui il leader vive e vibra in perfetta sintonia, mentre la classe politica, anch’essa indistinta, non fa che vessarlo e tradirne le sane aspirazioni). Populismo profondo o pericoloso gioco politico? Devo dire che ancora oggi, benché vi siano state ulteriori spinte in quella direzione, mi rimane almeno un’ombra del dubbio che esprimevo alla fine dell’articolo:

Savoia si muove populisticamente nell’arena politica ticinese per ottenere visibilità e rendite di posizione, ma ancora non è chiaro che strada stia prendendo, né che strada stia prendendo il partito che lui coordina (o meglio: che lui guida, determinandone le posizioni con costanti forzature personali e fughe in avanti). È difficile stabilire fino a che punto il crescente riferimento alla comunità ticinese “una e indivisibile”, vittima della cecità bernese, vada oltre la mera dimensione propagandistica.

Savoia ha poi lasciato al facinoroso manipolo di entusiasti seguaci del suo blog il compito di linciarmi virtualmente (di questo ho parlato in un altro articolo – Minchione o nazista? – sul numero successivo di «Verifiche»).

L’esasperazione di una parte dei Verdi si manifesta pubblicamente il 5 aprile del 2014, all’assemblea cantonale chiamata a rinnovare il mandato del coordinatore. Qualche giorno prima una moderata intervista di Greta Gysin, sollecitata da una giornalista del «Corriere del Ticino» (28 marzo), aveva prodotto una reazione spropositata del capogruppo in parlamento Francesco Maggi (stesso giornale, 29 marzo). Savoia invece fa il sufficiente e minimizza, affidando le sue vere (?) preoccupazioni al solito Andrea Leoni («LiberaTV», 31 marzo):

«Capisco che a livello mediatico le dichiarazioni di Gysin possano produrre il rumore di una pagina di giornale, soprattutto per la pressione di chi, all'esterno dei Verdi, cerca una sponda per dividerci e di conseguenza renderci inoffensivi. Ma io, dal mio punto di vista, devo "pesare" quell'intervista per quello che è: l'opinione di un deputato su sette del gruppo parlamentare».  

Ma nel merito delle critiche di Gysin – partito troppo Savoia-dipendente, vie solitarie e scarsa attenzione al gruppo – cosa risponde?


«Nella vita si può discutere di tutto. Ma credo che a chi non ha un lavoro o a chi è preoccupato di arrivare a fine mese, importi "zero" se i Verdi sono troppo "savoiacentrici", o troppo a destra o troppo a sinistra. Quello che interessa ai ticinesi è esclusivamente quello che vogliamo fare per migliorare la loro qualità di vita. È questo che ci chiedono ed è quello di cui io voglio occuparmi. Perché è su questo che saremo giudicati. Quindi, anche in questo caso, invito a relativizzare e "pesare", per dargli il giusto spazio, gli argomenti. Siccome il tempo non è infinito le mie priorità, e quelle della stragrande maggioranza del partito, sono altre rispetto alle questioni interne. Io continuo a lavorare per difendere i ticinesi».

Mentre Savoia continua a lavorare indefessamente per difendere i ticinesi (ovviamente tutti) si arriva all’assemblea. Aria tesissima. Anche qui, per illuminare il momento, riprendo parte del mio secondo intervento:

Ho già detto che nella recente campagna sull’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» Savoia ha proposto un agire politico dagli ingredienti decisamente populisti: il continuo porsi come unico vero interprete del popolo ticinese (la sua comunità organica di riferimento) e un atteggiamento aggressivo, sprezzante e apertamente offensivo nei confronti di chi ha opinioni diverse (che automaticamente diventa, in questa semplificazione binaria, nemico del popolo).

Qualche dato, qualche ragione, ma soprattutto invettive e attacchi personali. Non confronti di opinione, ma dileggi e insulti (non mi attardo a fare esempi: ho scritto a proposito un articolo sulla rivista «Verifiche»). Più che un’aurora verde, un nuovo Mattino. Con questi toni, il coordinatore ha di fatto impegnato il partito su quella strada. Ci va bene? Vogliamo affermarci in questo modo? Con questi strumenti? Con questi argomenti?

Ovviamente il coordinatore non è un ingenuo, anzi è abile e accorto. Il suo progetto politico, teorizzato più volte, è quello di sottrarre alla Lega, in questa fase di riassestamento del quadro politico cantonale, una parte dei suoi elettori. Se poi perde per strada qualche persona, come me, saranno in molti di più, Savoia ne è convinto, a seguire il pifferaio verde. Vedremo. In ogni caso lo sta facendo molto bene: usa un linguaggio e cavalca dei temi molto efficaci allo scopo. Chi ha dato un’occhiata al suo blog, commenti compresi, lo sa bene.

Il problema è: che cosa stanno diventando i verdi del Ticino? Savoia ripete che i valori restano saldamente quelli a cui ci si è riferiti fin qui. Io non credo. Cornelius Koch, il cosiddetto “prete dei rifugiati”, nel 1996, in uno dei suoi famosi discorsi alternativi del primo d’agosto alla frontiera di Chiasso, ha detto più o meno: «Non imitate i partiti populisti per guadagnare voti. Gli elettori preferiranno l’originale alla copia». Ammettiamo pure che non sia così, e che preferiranno in questo caso la copia o, in altre parole, il volto nuovo del populismo. C’è da rallegrarsi? Utilizzare quello “stile politico” implica di fatto una mutazione non solo del linguaggio, ma anche del discorso. I contenuti non vivono indipendentemente dallo stile politico, ma ne sono forzatamente condizionati. E una strategia politica orientata in primo luogo alla massimizzazione del consenso popolare incide necessariamente sulla gerarchia dei temi e dei valori. (...)

Se questa strada oggi verrà confermata, io non vi seguirò. Mi pare ovvio.

Dopo una serie di interventi contrari o favorevoli al rinnovo del mandato, 47 votanti su 82 si esprimono per la riconferma. Gli altri 35 manifestano il loro dissenso alla linea del partito votando Gysin, Beretta-Piccoli o scheda bianca (il risultato sarebbe stato più limpido – 35 schede bianche – se Gerri Beretta-Piccoli non avesse reagito in modo infantile a una provocazione in sala, riproponendo la sua dissennata candidatura, alla quale aveva già ufficialmente rinunciato il giorno precedente, e spingendo per reazione qualcuno a proporre Greta Gysin, che aveva già dichiarato la sua non disponibilità per varie e comprensibili ragioni). Molti commenti hanno poi giocato sulla divisione della dissidenza, per sentenziarne l’inconsistenza, ma resta il fatto che almeno quattro presenti su dieci hanno espresso la loro sfiducia. Lo sottolinea, auspicando una frattura che consenta a Savoia di realizzare liberamente i suoi progetti, anche il giornalista amico («LiberaTV», 7 aprile 2014):

Un congresso così non lo avevamo mai visto. E nella vita ci è capitato di seguirne più di uno. Neppure ai tempi del disfacimento del PLR, quando quel partito si era trasformato in una guerra tra ali, si era mai prodotta una riunione pubblica in cui membri dello stesso gruppo politico si attaccavano come è accaduto sabato all'assemblea dei Verdi. È stato uno "spettacolo" quasi da non credere quello andato in scena nella sala della biblioteca cantonale di Bellinzona. Il risultato è che l'evidenza dei fatti ci dice che i Verdi oggi non sono più un partito. Forse sono due, ma uno no di sicuro. E di questo si deve prendere atto.

Credere che vi sia spazio per mediare e ricucire gli strappi e le divergenze, politiche e personali, emerse così fragorosamente durante l'assemblea, è solo una pia illusione. E stamane nel faccia a faccia tra Sergio Savoia e Greta Gysin andato in onda sulla RSI a Modem, se ne avuta una riprova inequivocabile. Siccome crediamo nella serietà delle argomentazioni di chi sostiene Sergio Savoia e la sua linea politica e di chi vi si oppone, ebbene, tra queste due visioni non può esserci punto di incontro che produca un risultato credibile e forte da offrire all'elettorato. Per questo la strada maestra per i Verdi non può essere che quella della scissione. 

Il progetto politico con cui Sergio Savoia vuole trasformare il partito e portarlo alle elezioni, per essere efficace non può essere filtrato da mediazioni sostanziali.

Ma la realtà è diversa dall’enfatica profezia di AELLE: i Verdi continuano uniti, anche se non in armonia, almeno fino alle elezioni dell’anno successivo. Qualcuno, come me, lascia immediatamente il partito. Pochissimi. Altri (parecchi) riducono il loro impegno e attraversano guardinghi un anno difficile nel clima di campagna elettorale ritmato dalle truppe savoiarde. Un composito gruppetto di dissidenti, che aveva già condiviso le proprie preoccupazioni in vista dell’assemblea, si incontra di tanto in tanto per scambiarsi opinioni e seguire quanto succede (alcuni di loro daranno vita, a inizio novembre 2015, al gruppo di riflessione e azione politica Orizzonte verde). Nessuno di questi porta le birkenstock.

 

Disagio crescente

Prossima tappa, un anno dopo: le elezioni cantonali dell’aprile 2015. Qui entriamo nella recentissima attualità politica e non è più necessario abbondare con gli scampoli di memoria registrata (e del resto non ho più scritto e-mail al partito, essendone fuori).

Ricordo solo, rapidamente, tre elementi della campagna. L’entrata nel partito di transfughi vari: Franco Denti dal PPD (col quale era già in rotta, ma non certo per ragioni ecologiche), Elisabetta Gianella dalla Lega, Nadia Pittà dal PS (i primi due hanno subito assunto ruoli di rilievo). Poi l’imposizione nella lista per il governo di una candidata acchiappa-voti che aveva già avuto modo di mostrare a Lugano la sua insipienza politica (insipienza poi esibita ben bene in interviste e dibattiti pre-elettorali, il che non ne ha impedito l’elezione in parlamento). E infine l’atto propagandistico culturalmente più abietto del populismo savoiardo: il raduno identitario interpartitico promosso dai Verdi in piazza del governo per il 12 marzo, al quale i partecipanti erano invitati a esibire il drappo o i colori cantonali. Ma a parte la foca, gli oratori e quelli che hanno preparato inutilmente le tavolate e i maccheroni, in piazza non c’era quasi nessuno. Quella che qualche giorno prima Tamara Merlo aveva definito, mi pare sul «Caffè», una «festa dell’orgoglio ticinese» è stata invece la giornata della vergogna dei verdi (non per il fallimento, ma per l’idea in sé, così culturalmente indecente).

Quanto ai risultati, è presto detto: le elezioni vanno male, i verdi arretrano dal 7,6 al 6% dei voti e perdono un seggio in parlamento. E fallisce pure (ma questo lo si era capito già da un pezzo) l’assalto al cielo del leader: pur con 26.532 preferenze (tra cui quelle dei fedelissimi del suo blog, che però avranno dato la scheda alla Lega, com’era da attendersi) rimane molto lontano dall’ambita poltrona. Niente verdi al governo. Di per sé, nulla di drammatico: anche a livello svizzero i verdi sono in flessione. Un trend generale, si dice. Il fatto è però che i Verdi del Ticino, investendo molto, e rumorosamente, sul tema del lavoro e sulla difesa «del Ticino», pensavano di andare in controtendenza e di mostrare al mondo (o almeno ai Verdi nazionali) come si fa una politica vincente. E di sottrarre voti alla Lega (che invece ha tenuto gagliardamente). Ed ecco tutti i commentatori a dire quanto alcuni già dicevano da tempo: che chi vota Lega vota Lega, mentre a chi ne imita lo stile riserva semmai qualche preferenza. I voti persi dai Verdi di Savoia, invece, sono voti verdi, sono schede verdi.

Ci si aspetterebbe un ripensamento e si assiste invece a un irrigidimento. Qualche voce isolata chiede a Savoia di andarsene (come Ronnie David, capogruppo verde nel consiglio comunale di Bellinzona: «Savoia ha sacrificato la nostra cultura politica nel nome della sua ambizione personale. Ha perso, ne tragga le conclusioni», «Corriere del Ticino», 25 aprile). Qualcuno ricorda le precedenti e ripetute dichiarazioni pubbliche di Savoia su un suo abbandono in caso di sconfitta elettorale, come quella rilasciata il 2 dicembre a Francesco de Maria su «Ticinolive»: «Ah ah ah. Se fallirò non ci sarà bisogno di tagliarmi la testa: darò io le dimissioni e qualcun altro subentrerà e proverà a fare meglio di me». Dichiarazioni inequivocabili, e anche un po’ spaccone, ma presto dimenticate: Savoia non si smuove. Fa solo il gesto pro forma di mettere a disposizione il mandato a un Comitato ormai omogeneamente allineato (i più critici l’avevano già lasciato) e viene riconfermato con una sola astensione. Quanto alla linea, nessun cedimento, nessuna vera autocritica. Un po’ scosso dai risultati elettorali, all’indomani Savoia annuncia tuttavia ai suoi seguaci che renderà pubblici i suoi dieci errori. Ma il tempo passa, e solo un mese e mezzo più tardi – provocato da uno scritto di Stefan Krebser intitolato I 10 errori di Sergio Savoia e uscito il 2 giugno su alcuni portali (come «Ticinolive» e «Ticinonline») – affronta il tema facendosi lo sconto. Vale la pena di leggere il trafiletto uscito sul «Corriere del Ticino» il 3 giugno:

All’indomani del flop elettorale del 19 aprile Sergio Savoia aveva promesso di pubblicare sul suo blog i suoi dieci errori. Ma da dieci, gli errori sono diventati tre. Savoia dice di «non essere riuscito a rendere evidente tutta l’ampiezza della nostra offerta politica», ma soprattutto di «aver accettato per malintesa tolleranza comportamenti di aperto boicottaggio da parte di alcuni che, nell’illusione di danneggiare me, hanno finito per danneggiare tutti i militanti del partito». E, quale terzo errore, considerare che «oggi è impossibile fare politica senza un’organizzazione seria».

Nessun ripensamento, quindi, sulla linea politica. L’«offerta politica» (siamo o non siamo in un’economia di mercato?) va benissimo così, si tratta solo di illustrarla meglio. Grave è invece l’aver tollerato i nemici interni. Chi sono? Subito dopo le elezioni, anche per trovare un capro espiatorio della sconfitta, si punta il dito soprattutto sulla sezione del Luganese, accusata di passività nel periodo elettorale. La Commissaria del Popolo Tamara Merlo dopo aver lanciato le accuse («non remare è remare contro», «Corriere del Ticino», 22 aprile), accompagnate anche da note pittoresche («bisogna capire se la sezione esiste veramente, solo dopo ne valuteremo la posizione», «Corriere del Ticino», 24 aprile), fa infine pulizia, organizzando un’assemblea che sostituisce i precedenti responsabili della sezione con altri (tra questi, ovviamente, la stessa Merlo).

Il partito è finalmente sotto controllo?

In verità il disagio post-elettorale e i dubbi sulla linea sono molto diffusi, anche se la maggior parte di chi vive questi sentimenti non li manifesta pubblicamente. Lo provano anche i vari messaggi personali di approvazione ricevuti dai 18 firmatari di una lettera aperta inviata al Comitato cantonale il 21 maggio (e uscita sul «Corriere del Ticino» il giorno successivo). Molti tra i firmatari hanno avuto (o ancora hanno) ruoli rappresentativi nel partito (una ex parlamentare, un municipale in carica, vari consiglieri comunali, vari ex membri di comitato o di direzione).  Riprendo la lettera quasi per intero:

Negli ultimi tempi i Verdi del Ticino hanno subito grandi trasformazioni nello stile comunicativo, nei temi trattati, ma anche nell’organizzazione e nelle dinamiche interne al partito. Questi cambiamenti hanno forse attirato nuove persone, ma contemporaneamente anche spento l’entusiasmo di diversi membri attivi. Alcuni, non potendo più condividere l’orientamento del partito, se ne sono allontanati. Altri, pur restando iscritti, hanno lasciato attività e incarichi (chi di propria scelta, chi emarginato) o ancora sopravvivono faticosamente in un ambiente ostile.

Il coordinatore e la sua linea avevano raccolto il sostegno di una stretta maggioranza nell’animata assemblea dell’aprile 2014, in cui il malcontento di parte dei membri aveva trovato pubblica espressione. L’occasione sarebbe stata propizia per chinarsi sulle problematiche sollevate dai critici, per individuare punti di incontro, per ricompattare i ranghi. Si è invece preferito ignorare i campanelli d’allarme e proseguire sulla linea intrapresa: la leadership dei Verdi ha continuato imperterrita sulla propria via. 

A elezioni passate una cosa è certa: la strategia non ha portato i frutti sperati e le aspettative elettorali sono state disilluse nonostante la campagna più onerosa della storia del Verdi del Ticino. Si è prontamente cercato di “socializzare” la sconfitta, accollandone la responsabilità agli assenti, alle scelte sbagliate dei Verdi svizzeri, a quelli che non hanno capito che bisognava votare anche la scheda, alla sezione del Luganese, al clima politico generale, al rilassamento post-Fukushima, eccetera (...). 

A seguito della chiara disfatta, il coordinatore ha rimesso il suo mandato al Comitato che, senza prendersi alcun periodo di riflessione, gli ha riconfermato la fiducia. Al di là dell’evidente errore formale (rimettere un mandato a disposizione di un organo che in materia non ha potere decisionale, visto che la questione andrebbe discussa in assemblea), sul piano politico va constatata la posizione acritica e affrettata del Comitato. 

La riflessione sul futuro dei Verdi avrebbe meritato un’analisi profonda e un ampio coinvolgimento della base. Alla posizione del comitato si sono invece sommati gli inviti alle minoranze a lasciare il partito, espressi in varia forma nel vortice emotivo post-elettorale (...) .

Il nostro auspicio è che i Verdi riscoprano la cultura del dialogo e i valori democratici. Che si possa discutere quanto accaduto negli ultimi mesi con acume e senza preclusioni. Che si abbia il coraggio di correggere la linea, di mettere in discussione contenuti e stile politico (e non solo per ragioni elettorali, ma per diffondere onestamente una coscienza politica verde). 

Se l’adesione alla linea e alle forme di comunicazione che hanno segnato il partito negli ultimi tempi fosse, ahinoi, così salda, proponiamo al comitato di decidere, per coerenza, il distacco formale dai Verdi svizzeri.

Se invece si volesse aprire un’ampia riflessione sulla strada scelta dai verdi, ci teniamo a sottolineare che la nostra voglia di impegnarci politicamente è immutata: oggi più che mai il Ticino ha bisogno di chi si occupi in maniera disinteressata di ambiente e giustizia sociale. Vogliamo però poterlo fare in un partito che sappia imparare dai propri errori e accogliere con favore, non solo a parole, anche posizioni divergenti.

Se questa riflessione non dovesse avvenire o rimanere sterile nelle sue conseguenze, ci troveremo costretti ad accogliere l’invito ad andarcene de jure e de facto dai Verdi del Ticino e trovare altre forme di partecipazione alla politica cantonale.

Il Comitato, a cui era indirizzata la lettera, non ha mai risposto direttamente. La sua presidente è però intervenuta su «LiberaTV» il giorno stesso. È un articolo interessante, pur nella sua pochezza, perché presenta quasi un mondo alla rovescia: «Sicuramente da parte mia c’è sconcerto e delusione per i metodi utilizzati perché se qualcuno pensa di voler risolvere i problemi con il dialogo, non lo fa certo attraverso la stampa, ma di persona. Le occasioni di incontro per farlo sono molte e, in generale, la porta dei Verdi è sempre aperta. Ma bisogna essere coerenti, corretti e seri, non pretestuosi. Non si può parlare di riflessione e poi proporre un ultimatum a mezzo stampa». La porta è lì: «Se se ne vanno sarà una decisione personale: l’ultimatum è stato posto da loro, noi non abbiamo mai imposto a qualcuno di andarsene dai Verdi. Detto ciò, nessuno verrà trattenuto con la forza». Savoia liquida la cosa come una «cagnara» che non merita risposta e ribadisce l’invito a togliersi di torno: «Non voglio fare politica rispondendo a chi lancia ultimatum»; «scriveremo a tutti gli iscritti al partito, invitando chi ha firmato quella lettera ad essere conseguente».

Le ultime frasi che ho citato sono tratte da un articolo di Gianni Righinetti in cui Savoia rilancia la proposta di cambiamento dei Verdi portata con grande strepito all’assemblea di due anni prima (Verdi. Savoia e la rivoluzione movimentista, «Corriere del Ticino», 30 maggio 2015). Con un occhio al Movimento 5 stelle e a Podemos, dice lui, propone un «cambiamento che dovrà partire dal basso», «una kermesse di idee che potrebbe avere come approdo un movimento nuovo». Alla fine, quando il giornalista gli ricorda i famosi «dieci errori» annunciati e mai esposti, Savoia afferma: «ho già fatto autocritica, già il fatto che dico che dobbiamo cambiare e partire dal basso significa che quanto fatto è sbagliato. Non voglio fare il leader a vita, ma voglio dare uno stimolo per cambiare e crescere».

Cambiare e crescere. Per ora, come abbiamo visto, più che crescere il movimento ha subito una battuta di arresto. Quanto a cambiare, le tendenze più rilevanti sono state una gestione più autoritaria del partito, l’assunzione di toni populistici e una ridefinizione delle priorità tematiche. Per togliere ai Verdi l’immagine di un partito monotematico (immagine falsa, perché da anni i Verdi non si occupano solo di questioni ambientali), Savoia li ha trasformati in un partito ancora più monotematico, perché tutto sembra ormai muoversi intorno alla più popolare questione del lavoro (in un’ottica particolaristica che finisce per rafforzare il già allarmante clima di chiusura). Abbandonando la centralità del discorso ecologico, di fatto i Verdi finiscono per avallare la falsa idea che tutti si occupano ormai delle questioni ambientali, mentre la grande discriminante sta proprio tra l’uso occasionale e accessorio del tema ambientale degli altri partiti e l’inscindibile integrazione tra ecologia, economia e società propria del pensiero verde in tutte le sue forme. Solo la notevole enciclica Laudato si’ di papa Bergoglio propone un pensiero politico (saldamente ancorato, però, a un discorso di fede) in cui l’ecologia è indissolubilmente legata alla trasformazione economica e alla giustizia sociale. In questo senso il Papa è più verde dei verdi (del Ticino).

 

Commiato

Ho scritto una prima versione di questo testo a fine estate 2015. Dopo qualche considerazione sull’atteggiamento passivo dei Verdi di fronte agli impulsi del loro coordinatore e sulle prospettive future, che in parte recupero fra poco, concludevo così:

Paradossalmente sarà di nuovo Savoia, credo, a determinare il futuro. Se ritenesse questo partito ancora funzionale al perseguimento dei suoi obiettivi politici e personali (e se volesse ostinarsi a perseguirli), farà in modo di tenerselo stretto ancora per un po’, favorendo in tal modo una spaccatura definitiva. Se invece ritenesse l’attuale partito dei Verdi del Ticino un inutile ferrovecchio, potrebbe lasciarlo perdere, e probabilmente alcuni dei suoi nuovi compagni pseudo-verdi abbandoneranno la nave. A quel punto si aprirebbero forse nuovi spazi per un riorientamento, per riprendere un percorso più in sintonia con la storia del partito cantonale e con i valori dei Verdi svizzeri.

Non sarà comunque un bel finale.

Nel frattempo ci sono state alcune mosse in direzione della seconda ipotesi, e ho dovuto modificare la coda dell’articolo. Sono del 5 ottobre le sorprendenti (per l’anticipo) dimissioni di Savoia, annunciate via facebook e spiegate con un’intervista a «LiberaTV»: 

Quando il comitato cantonale mi ha riconfermato la fiducia dopo le elezioni cantonali mi ero dato tre mesi di tempo. La mia preoccupazione era rivolta soprattutto alla votazione sui salari minimi del 14 giugno. Sarebbe stato irresponsabile mollare prima di quel voto affrontando la campagna con un partito debole e senza leadership. E anche dopo quella grande vittoria, c’erano pur sempre le Nazionali alle porte: un abbandono a quel momento sarebbe stato altrettanto inopportuno. Il partito era in una fase difficile e, in questi casi, un leader, la persona con maggior consenso elettorale nel partito, non abbandona la nave. Pur facendo qualcosa che non era nel mio interesse ho quindi deciso di metterci ancora una volta la faccia candidandomi e traghettando il partito verso la competizione elettorale con delle buone liste e sostanzialmente unito. (...) Questo è il momento migliore [per lasciare]. La campagna per le federali è sostanzialmente conclusa. La gente sta già votando da diversi giorni. Le elezioni andranno come andranno ma io spero che faremo un risultato migliore di quel che dicono i sondaggi. E spero che anche agli Stati i ticinesi vorranno testimoniarmi il loro affetto come sempre hanno fatto in questi anni. Poi all'orizzonte ci sono le elezioni comunali. Su Lugano ho già imbastito un discorso molto ben avviato con Raoul Ghisletta ma è giusto che la decisione finale se chiudere l'accordo la prenda chi mi succederà.

Ecco dunque il partito ben traghettato verso il futuro, con tanto di patto urbano già imbastito con l’altro novello interprete degli umori della «gente» (si distingue in questo da Savoia, che preferisce «popolo»). Un solo rammarico: «un pochino di amarezza per certi attacchi violenti e vigliacchi da parte di chi, in teoria, dovrebbe essere tuo compagno di partito. Ma essere leader di una forza politica significa anche sopportare queste situazioni e continuare a lavorare, anteponendo l'interesse del partito e dei ticinesi a quello personale». Encomiabile. E finalmente libero di servire al meglio i ticinesi: «Per ora farò il deputato e il militante. Come le dicevo prima per me comincia una stagione di libertà e autonomia: la sfrutterò a fondo per il bene del Paese e dei ticinesi».

Ci sarebbero tante cose da riprendere nelle dichiarazioni di quei giorni, nelle reazioni altrui, nei commenti giornalistici. E un paio di belle vignette. Ma è giusto dar voce qui solo all’eroe che parte, anche per non farla troppo lunga.

Ed eccoci alle elezioni federali del 18 ottobre 2015. Disastrose per i Verdi, com’era immaginabile (con un dimezzamento dei consensi), e di relativa soddisfazione personale per Savoia, come pure era immaginabile (ma con un risultato pur sempre deludente: per il Consiglio nazionale 8680 voti, contro i 19220 ottenuti da Greta Gysin nel 2011, per il Consiglio degli Stati 14411). Pochi “commentatori” notano che tra i candidati al Consiglio degli Stati Savoia è l’unico a non avere l’indicazione di appartenenza a un partito, nella chiara intenzione di alleggerirsi della zavorra verde e rafforzare il suo risultato personale. Anche in questo caso la scelta non è discussa prima con il Comitato, né con chi ha firmato la lista dei proponenti. È un passo un po’ sotto tono che anticipa quello più fragoroso delle dimissioni da coordinatore. La terza tappa di questo processo di sganciamento, già ventilata qua e là, avverrà magari prima ancora che questo articolo veda la luce:

«Aspetto di conoscere il nuovo nome e la linea politica che vorrà dare ai Verdi. Io sono stato eletto in Gran Consiglio secondo un programma elettorale ben definito e che intendo portare avanti. Vedremo se corrisponderà a quello del nuovo coordinatore o della nuova coordinatrice (...) Questo è il mio partito, ma non per forza» («La Regione Ticino», 13 ottobre 2015).

E ancora una volta mi è toccato rimetter mano al testo, con l’aggiunta di questo paragrafo e l’aggiustamento di qualche frase successiva. Il giorno dopo la stesura della seconda versione, il 29 ottobre, si annuncia la prossima fondazione di un’associazione politica chiamata “Noi”, intesa ad «avviare una nuova azione politica valorizzando la ricca tradizione riformista, sociale ed ecologica [???] del nostro Cantone». I promotori, tra cui troviamo quattro dei sei granconsiglieri verdi (Denti, Merlo, Patuzzi, Savoia), si rivolgono «a chi si riconosce nei valori di libertà e riformismo tipici della nostra democrazia diretta; vogliamo parlare a chi difende il “locale” rispetto al “globale”» (alla vaghezza di queste affermazioni si sono poi aggiunti, nella conferenza stampa del 16 novembre, sentenze populistiche come «un partito nasce per volontà dei cittadini, non dei politici» e il grottesco appello dentiano ai «valori cristiani che sono la radice dell’Europa»). Si sta preparando il prossimo abbandono della nave (con la sottrazione, al momento buono, anche di acqua e viveri)? Si lascerà gestire agli altri l’ultima tappa del naufragio, tenendosi però stretti seggi, gettoni di presenza e fondi di cassa?

E intanto il partito è lì, disorientato e boccheggiante come un cetaceo spiaggiato.

In sintesi: Savoia ha tentato un esperimento di ingegneria politica azzardato e ambizioso trascinando il partito dei Verdi in un percorso di mutazione che l’ha ridotto infine, e la parola ci sta doppiamente, a malpartito. Ha usato i Verdi per raggiungere i suoi obiettivi, ma si è reso conto cammin facendo che proprio questa identità politica ne impediva il raggiungimento: «È chiaro che quel “brand” lì da solo non basta più e ci abbiamo e ci abbiamo messo troppo tempo per fare questa riflessione. Qui in Ticino ho cercato di diversificare l’offerta politica, ma continuiamo a chiamarci “Verdi” e così siamo identificati» («La Regione Ticino», 6 ottobre 2015). Fallito il tentativo di formare un soggetto politico nuovo – il movimento vagheggiato nel febbraio 2013 – ha dovuto navigare con un’imbarcazione dal nome sbagliato e non sempre facile da governare, nonostante la generale disciplina dell’equipaggio. Fino ad incagliarsi nei banchi sabbiosi del 2015. Pur controllando pienamente Direzione e Comitato (da tempo composti quasi esclusivamente da suoi fedeli) ha tentato goffamente di rovesciare la responsabilità del disastro sui dissidenti (rimasti molto silenti, in verità) e sulle tensioni interne. Ora, dopo il rinnovato richiamo alla necessità di una svolta movimentista, tenta di ripartire verso la creazione di un movimento popolare con la fondazione di “Noi”. Noi Ticinesi, nel sogno. Lui e i suoi amici, per ora. Vedremo. Il terreno politico che Savoia vuol coltivare è già ben arato da altri, e l’abbiamo visto alle elezioni cantonali e federali.

Notoriamente affetto da protagonismo, Savoia è stato davvero, nel nostro piccolo, un protagonista di questo decennio: era inevitabile parlare molto di lui, che ne è stato il regista, per parlare della mutazione dei Verdi. Ma il ciclone Savoia ha sconvolto e snaturato il partito grazie anche all’entusiasmo di alcuni suoi seguaci e all’inerzia più o meno sofferta di molti verdi. Più che gli infervorati, gli ammaliati e i tirapiedi, mi interessa capire i molti altri, quelli che pur in una condizione di crescente disagio hanno continuato a dare il loro assenso, a riconfermare gli organi direttivi, a mettersi in lista, a dare il proprio nome come proponenti, a manifestare unione con la dirigenza e le sue scelte.

Il clima venutosi a creare nel partito dal 2013 in poi ha offerto un bel repertorio di pratiche di dominio: mobbing verso i dissidenti all’interno delle strutture di vertice, emarginazione diretta o assecondata dei portatori di forme di pensiero dissidente, rapida assunzione nelle strutture dirigenti di nuovo personale politico funzionale al savoia-pensiero o al calcolo elettorale (figure spesso del tutto estranee alla storia del partito e al suo quadro di riferimento ideale), intervento dall’alto nella riorganizzazione della sezione ritenuta riottosa. Si può dire che, in questo senso, il gruppo dirigente ha semplicemente trasformato i Verdi in un partito come gli altri. O forse anche peggio.

Soprattutto hanno però pesato altre dinamiche, e non poco quella del “gioco di squadra” (una delle espressioni più trite, ormai, dei dirigenti di partito, come se l’impegno politico – invece di esplicarsi sul terreno del confronto di idee – dovesse seguire le stesse logiche di sottomissione al gruppo proprie delle attività sportive o militari). Senza dimenticare, all’interno di tutto questo, le capacità di persuasione del leader, che sa dispiegare efficacemente il suo repertorio retorico, non privo, nei momenti difficili, di venature vittimistiche (lui, incompreso e bistrattato, che sacrifica la sua vita per il partito, che l’ha portato di vittoria in vittoria, eccetera). E ancora va considerata una diffusa autorappresentazione dei verdi come un partito più di altri “biodiverso”, armoniosamente biodiverso; ne consegue una tendenziale negazione del conflitto, anche in nome di un malinteso atteggiamento nonviolento (si vada in proposito a rileggere Gandhi).

Ma le cose sono ancor più complicate e hanno pure a che fare con il deficit di cultura politica di cui parlavo all’inizio. Non sono certo stato l’unico a provare allarme e disgusto per il modo in cui Savoia è intervenuto nel dibattito sull’iniziativa antistranieri (perché di questo si trattava) dell’UDC. Anche tra chi continua a militare nel partito ci sono stati fastidio e preoccupazione, ma buona parte dei verdi sono sembrati indifferenti di fronte  a quel linguaggio, incapaci di vedere cosa si cela nelle parole. E chi non si infastidisce più di tanto quando il proprio massimo rappresentante, la faccia pubblica del partito, rinfaccia a un suo critico che ha «il culo perennemente riscaldato dalle serpentine dell’impiego pubblico», ancor meno saprà cogliere gli elementi deteriori, più sottilmente deteriori, che stanno dietro ai crescenti riferimenti al «popolo ticinese» usati in quel contesto (rimando di nuovo a «Verifiche», aprile 2014) e in quasi in ogni intervento politico da lì in poi. Nella sua reiterata celebrazione del popolo e delle sue innate virtù, Savoia assume come fonte di verità la percezione del «popolo ticinese», peraltro forgiata e alimentata dai politici del suo stampo, e poi la cavalca strumentalmente, invece di affrontare criticamente una realtà ben più complessa: un recente esempio è il suo commento al pur discutibilissimo studio dell’IRE sul mercato del lavoro cantonale – «Corriere del Ticino, 23 ottobre 2015, p. 46 –, che offre una retorica populistica da manuale (per contrasto si legga l’intervento di Daniele Besomi – «Azione», 26 ottobre, p. 33 – che cerca invece di spiegare al lettore temi e problemi).

Come per l’esperimento ottocentesco della rana bollita, molti verdi – proprio come certe rane – non hanno saputo/potuto rendersi conto dell’aumento graduale, e fatale, della temperatura dell’acqua. O semplicemente la loro soglia di allarme di fronte alle e/involuzioni populiste è molto alta. Troppo. O ancora, tutto sommato, vedono positivamente queste scelte (non bisogna mai scartare l’ipotesi peggiore). Sia chiaro che su parecchie cose che va dicendo Savoia mi posso trovare d’accordo anch’io: è il quadro in cui le dice, e il come, a presentare elementi per me inquietanti.

È come se ai verdi, travolti da questa mutazione, cellule di un organismo ormai malato, fossero mancati gli anticorpi. Va però detto che molti, pur non esprimendosi apertamente contro questa svolta populistico-identitaria (e magari non cogliendone neppure i segni), hanno continuato ad agire responsabilmente nella società, soprattutto a livello locale, come se Savoia e i suoi progetti neppure esistessero. E anche questa, in fondo, è una forma di resistenza. 

Come chiudere questa storia? Il fatto è che si tratta di una storia aperta, il futuro dei Verdi del Ticino è ancora poco leggibile. Difficile immaginare un rapido recupero di credibilità: gli ultimi due anni di gestione Savoia hanno ridotto il partito, come hanno detto anche alcuni giornalisti, a un cumulo di macerie. Al momento in cui consegno questo articolo (16 novembre 2015) il partito è in attesa di nominare la nuova coordinatrice: unica candidata Michela Delcò, che in precedenza non si era pubblicamente distanziata dalla “gestione Savoia” ma che proprio in questi giorni ha criticato con fermezza l’atteggiamento di “Noi”. Forse non vi saranno tensioni per la scelta del coordinatore, come invece sembrava in un primo tempo, ma c’è da credere che queste non mancheranno poi tra il nuovo vertice e buona parte del gruppo parlamentare, fino al distacco dei savoiardi al momento ritenuto più opportuno. Il risultato piuttosto deludente di Savoia al ballottaggio per il Consiglio degli Stati rende più complicato prendere subito il volo (che rischia di essere un volo di tacchino).

Le considerazioni sul momento attuale e sull’immediato futuro sarebbero molte, ma questo scritto riguarda il recente passato, è inteso come un tentativo di cogliere le caratteristiche, le ragioni e le tappe di un mutamento che ha fortemente scompaginato il partito, di tratteggiare un fenomeno che ha agitato le acque politiche ticinesi nell’ultimo decennio. Vedrà poi il lettore come andrà a finire.

Danilo Baratti

  

(Un cetaceo spiaggiato?, «Verifiche» n. 5/6, anno 46, dicembre 2015, pp. 13-32)