Giovedì, 01 Gennaio 2004 13:58

«Anonimi compagni» (2004)

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Anarchici italiani in Svizzera tra Otto e Novecento

(Danilo Baratti e Patrizia Candolfi, «Anonimi compagni». Anarchici italiani in Svizzera tra Otto e Novecento, in Gli italiani in Svizzera. Un secolo di emigrazione, a cura di Ernst Halter, Casagrande, Bellinzona 2004, pp. 136-146, uscito prima in traduzione tedesca: «Anonyme Genossen». Italienische Anarchisten im späten 19. und frühen 20. Jahrhundert in der Schweiz, in Das Jahrhundert der Italiener in der Schweiz, a cura di Ernst Halter, Offizin, Zürich 2003, pp. 136-146).

 

I cavalieri erranti

Addio, Lugano bella - o dolce terra pia,

Scacciati senza colpa - gli anarchici van via;

Ma partono cantando - con la speranza in cor.

Ed è per voi, sfruttati, - per voi lavoratori,

Che fummo imprigionati - al par dei malfattori;

E pur la nostra idea - non è che idea d’amor.

Banditi senza tregua - andrem di terra in terra,

A predicar la pace - ed a bandir la guerra;

La pace agli oppressi - la guerra all’oppressor.

Ma tu che ci discacci - con una vil menzogna,

Repubblica borghese - un dì n’avrai vergogna,

Ed oggi t’accusiamo - in faccia all’avvenir.

O anonimi compagni - o amici che restate,

Le verità sociali - da forti propagate;

E’ questa la vendetta - che noi vi domandiam.

O Elvezia, il tuo governo - schiavo d’altrui si rende,

D’un popolo gagliardo - le tradizioni offende,

Insulta la leggenda - del tuo Guglielmo Tell.

Addio, cari compagni - o amici Luganesi,

Addio, bianche di ghiacci - montagne ticinesi,

I cavalieri erranti - son trascinati al Nord.

 

Questa canzone di Pietro Gori, cantata la prima volta alla stazione di Lugano nel 1895, è probabilmente la traccia più duratura lasciata dalla presenza anarchica italiana in Svizzera. Oggi ancora viene cantata nelle manifestazioni dai giovani dei centri sociali italiani e ticinesi.

Il 24 giugno del 1894 l’anarchico italiano Sante Caserio uccide a Lione, con una pugnalata, il presidente francese Sadi Carnot. Benché l’attentatore abbia agito da solo, il suo gesto serve al governo italiano per far approvare al Parlamento tre leggi sull’ordine pubblico volte a perseguire penalmente gli anarchici (e l’opposizione di sinistra in generale), con pesanti limitazioni della libertà di espressione e di associazione e con l’inasprimento delle norme relative al domicilio coatto. Centinaia di anarchici e presunti tali vengono deportati, in condizioni durissime, a Porto Ercole e su varie isole, altri scelgono le vie dell’esilio: dalla Tunisia alla Svizzera. L’avvocato Pietro Gori, al momento il solo leader anarchico italiano ancora in libertà, viene additato come istigatore o addirittura complice dell’attentato. Gori si rifugia a Lugano, dove avevano già soggiornato altri anarchici illustri, da Elisée Reclus a Bakunin, da Cafiero a Malatesta, e dove già risiede una numerosa colonia di libertari toscani arrivati nel 1884. Le pressioni delle autorità diplomatiche italiane spingono il Consiglio federale a decretare l’espulsione dalla Confederazione di tutti i profughi di Lugano. 

La propaganda del fatto

Negli anni ‘70 la Svizzera romanda è stata il centro del socialismo antiautoritario, che si oppone alla linea marxista nella Prima Internazionale. E’ al congresso di St.Imier del settembre 1872 che viene confermata la rottura con le sezioni marxiste dell’Internazionale, avviata dalla Federazione italiana dell’Internazionale. È nella Federazione del Giura che viene elaborato il pensiero dell’anarco-comunismo verso la fine del decennio, soprattutto da Kropotkin e Reclus. «Le Révolté», fondato nel 1878, diventa il principale organo del movimento. Il giornale ha vita dura. Con l’avanzare dell’industrializzazione in Europa, la «questione sociale» sta emergendo in tutta la sua drammaticità, ma opinione pubblica e governanti sono in primo luogo impressionati e scandalizzati da una serie di attentati che inizia proprio nel 1878: all’imperatore tedesco Guglielmo I, al re di Spagna Alfonso III e al re d’Italia Umberto). Pur essendo opera di individui isolati, questi attentati servono come pretesto per l’introduzione di leggi eccezionali in Germania e in molti altri paesi contro tutti i movimenti considerati rivoluzionari e in particolare contro gli anarchici. La Svizzera, che fino ad allora si è rifiutata di estradare i profughi politici che non abbiano commesso reati comuni, comincia dopo questa data le prime espulsioni di anarchici.

In Italia prende avvio la più massiccia azione repressiva contro l’Internazionale, definita «associazione di malfattori» dalla Corte costituzionale. I numerosi processi che ne seguono — molti processi si concluderanno con delle assoluzioni, ma alla fine del '78 tutti gli anarchici importanti sono in galera o in esilio — hanno un peso decisivo nella nascita della corrente anarchica individualista e delle sue posizioni di rivolta totale e di pratica della violenza indiscriminata. «La rivoluzione è l’azione continua di eccitamento e di perpetrazione di ogni specie di reati contro l’ordine pubblico», scrive nel 1880 Emilio Covelli, che nel 1881 fonda a Ginevra la rivista «I Malfattori». Nel 1880 si svolge a Chiasso un congresso a cui partecipano i più noti esponenti rifugiati in Ticino della Prima Internazionale (scioltasi quattro anni prima per i contrasti tra socialisti e anarchici). Il congresso si conclude con l’adesione al programma comunista anarchico e con il rifiuto delle posizioni riformiste. Cafiero, protagonista del congresso, scrive subito dopo sul «Révolté» una teorizzazione della rivolta permanente: «La nostra azione deve essere la rivolta permanente, con la parola, con lo scritto, col pugnale, il fucile, la dinamite...».

La dinamite («il contributo della chimica alla rivoluzione») viene evocata anche al congresso di Londra del 1881, che discute ampiamente il problema della violenza e della «propaganda coi fatti», insieme al tema dell’organizzazione rivoluzionaria. Gli appelli all’azione rivoluzionaria usciti dal congresso, anche se molti non condividono le posizioni più estreme della violenza a tutto campo, e anche se sul piano organizzativo il congresso non porta a nessun risultato (non ci saranno neppure più congressi internazionali anarchici fino al 1907), oltre a incoraggiare le tendenze individualiste e terroriste, fa sì che i governi europei siano ossessionati a lungo dallo spettro di una centrale anarchica internazionale. 

Repressione

A fantomatici piani dell’anarchismo internazionale vengono pure attribuiti gli attentati degli anni ‘90, che a volte hanno come motivazione principale la pesantezza indiscriminata della repressione poliziesca. Repressione che del resto non si abbatte solamente sui presunti complici degli attentati, ma che è spesso la risposta alle lotte operaie e soprattutto alle periodiche esplosioni di malcontento sociale, come è il caso in Italia nella primavera del 1898 con i moti legati all’aumento del prezzo del pane. Le manifestazioni popolari di protesta, in larga misura spontanee, sono affrontate come un complotto rivoluzionario: con la proclamazione dello stato d’assedio in molte località, con l’intervento a Milano delle truppe del generale Bava Beccaris, che sparano sulla folla inerme facendo cento morti e centinaia di feriti e con l’arresto di leader di tutta la sinistra (il socialista moderato Turati è condannato a 12 anni di carcere).

L’eco delle cannonate di Milano, nonché dei tumulti che tra fine aprile e inizio maggio si sono estesi a quasi tutta la penisola, giunge in Svizzera enormemente amplificato e produce nelle fila dell’emigrazione italiana una forte agitazione. Convinti che sia in corso una rivoluzione, centinaia di uomini, donne e persino bambini partono da varie città svizzere, in treno e a piedi, diretti verso l’Italia. L’ultimo rimasuglio della patetica spedizione — 212 uomini giunti col treno a Lugano — viene consegnato ai bersaglieri italiani a Chiasso. La vicenda delle «bande svizzere» suscita indignazione soprattutto in Ticino. Il liberale radicale Emilio Bossi, dopo aver accusato la polizia italiana di essere stata all’origine dei telegrammi incendiari da cui era partito il tutto, conclude così la sua analisi sulle responsabilità: «i responsabili dell’esodo degli italiani furono tre: il primo, il Governo italiano, che lascia patir la fame ai suoi sudditi; secondo, il Governo italiano, che lascia che i suoi sudditi crescano nell’ignoranza e diventino così facile preda alla suggestione di alcuni anarchici; terzo, il Governo italiano che tiene al suo servizio una polizia che fa uso di mezzi così ignobili» («Gazzetta ticinese», 16 maggio 1898). Oltre all’immancabile colpevolizzazione degli anarchici, qui peraltro assai contenuta, troviamo in questo passo un’ostilità nei confronti del sistema politico italiano assai diffusa nella stampa di ogni tendenza politica anche nel resto della Svizzera - ostilità che poi si ripercuote anche sugli immigrati italiani, sempre più numerosi a partire dagli anni ‘90 - e che rende spesso difficili i rapporti diplomatici con l’Italia.

La psicosi antianarchica raggiunge il culmine dopo l’attentato di Luccheni all’imperatrice d’Austria, quando il governo italiano organizza a Roma, dal 24 novembre al 21 dicembre 1898, una Conferenza internazionale, con l’intento di promuovere un’azione comune contro il pericolo anarchico. Le proposte italiane sono ritenute eccessivamente illiberali da vari governi europei e in particolare dall’Inghilterra, che resta ferma nella difesa della libertà d’opinione e del diritto d’asilo, e i risultati del congresso sono inferiori alle aspettative italiane. Ma molti paesi hanno già introdotto leggi eccezionali contro gli anarchici. Tra questi la Svizzera, che sottoposta a forti pressioni internazionali, soprattutto tedesche, fin dagli anni ‘80, oltre a rafforzare la sorveglianza politica degli stranieri (su pressione di Bismarck viene creato nel 1889 il Ministero pubblico della Confederazione), ha introdotto nel 1894 una legge speciale sui reati anarchici. Il Consiglio federale approva le risoluzioni finali della Conferenza di Roma con una dichiarazione unilaterale segreta (per evitare di sottoporla alle Camere), amplia le competenze del Ministero pubblico della Confederazione e istituisce dei rapporti mensili internazionali sugli anarchici. Ha così inizio nel 1898 la schedatura sistematica degli anarchici.

La sorveglianza poliziesca

Quando ci si occupa di anarchici è forte il rischio di guardarli con l'occhio della polizia. I rapporti della polizia politica, ossessionata tra Otto e Novecento dalla presenza degli anarchici, sono infatti tra le fonti di informazioni più ricche per seguire l'attività di queste persone «pericolose», altrimenti testimoniata, quando il materiale è stato conservato, per lo più da fogli e opuscoli occasionali. Anche il testo di «Addio Lugano bella», la canzone che ha aperto questo capitolo, è stato pubblicato per la prima volta su una fonte di natura poliziesca: il «Conto-reso del Dipartimento di Giustizia del Cantone Ticino per l'anno 1895»[1]. In questo caso siamo di fronte a un raro quanto provvidenziale interesse dell'istituzione repressiva per l'espressione letteraria del pensiero libertario.

A partire dalla creazione del Ministero pubblico, le informazioni si incrociano a ritmo serrato. Il Ministero manda circolari alle polizie politiche cantonali (una novantina, zeppe di nomi, tra il 1898 e il 1915), segnalando la sospetta o provata presenza di anarchici sul territorio e chiedendo informazioni. I funzionari di polizia locali informano l'autorità cantonale che a sua volta passa le informazioni al Ministero pubblico. In questa dinamica si inseriscono i consolati italiani e la Regia legazione italiana in Berna, che oltre a ricevere e trasmettere le indicazioni dall'Italia muovono sul territorio elvetico i propri informatori e premono insistentemente sull'autorità svizzera affinché espella i segnalati (magari colpevoli, come il ciabattino Pellegrino Sala, di «délit de presse»). A momenti queste pressioni sono denunciate dalle stesse autorità svizzere, come nel febbraio del 1905, quando il Dipartimento federale di giustizia e polizia rende attenti i cantoni sulle indebite ingerenze del consolato italiano di Ginevra. 

Una lettura attenta della documentazione poliziesca ne rivela evidenti limiti: non di rado le persone segnalate come pericolose dalle circolari federali si rivelano tranquilli lavoratori poco o per nulla attivi politicamente. Si vede poi, per esempio nelle circolari del Ministero pubblico, che la nozione stessa di «anarchico» ha contorni poco precisi, a volte comprende delinquenti o marginali senza particolare connotazione politica; e il «fondo anarchici» della polizia politica ticinese contiene anche le informazioni sui socialisti (e bisogna pur riconoscere che, almeno agli inizi, la distinzione non è così facile). Del resto il recente «scandalo delle schedature», esploso in Svizzera nel 1989, ha dimostrato quanto la lente poliziesca possa essere distorcente. 

Lavoratori

Se i passaggi in Svizzera di Gori, di Cafiero, di Malatesta, hanno lasciato numerose tracce sui libri di storia, sono le centinaia di anonimi lavoratori italiani, venuti in Svizzera per sfuggire a qualche condanna o semplicemente per trovare un impiego, a diffondere nel quotidiano le idee anarchiche. I rapporti di polizia danno agli «anonimi compagni», ai «compagni che restano» nella Lugano bella e nelle altre città svizzere, nome, cognome, origine, professione, e almeno a tratti ne seguono gli spostamenti. Tra gli «anarchici italiani» segnalati a Bellinzona nel 1903 troviamo uomini di Faenza, Milano, Caravaggio, Ravenna, Colognola, Mantova, San Pier d'Arena, San Benedetto Po, Predappio... E sono prestinai, fabbri, tappezzieri, muratori, braccianti, cestai, falegnami, maestri, giornalisti, lucidatori di mobili... Si tratta spesso di persone che hanno un permesso semestrale (come il caso di Ettore Bartolazzi qui riprodotto), eventualmente rinnovabile. E in continuo movimento, anche per la pressione poliziesca: moltissima corrispondenza tra le varie autorità di polizia è tesa alla localizzazione di questi nomadi del lavoro e della propaganda politica. Tra le «scenette d'esilio» riportate su «Il Profugo» — un foglio uscito a Neuchâtel nel 1898 — troviamo un gendarme che sta accompagnando un profugo al confine cantonale e spiega: «E' per farvi conoscere tutta la nostra Svizzera che vi cacciamo da un cantone all'altro! Approfittatene e siateci riconoscente» (vedi la riproduzione a p. 136). 

Improbabili paure

In occasione di viaggi di teste coronate o capi di governo la sorveglianza si intensifica. Circolari del Ministero pubblico invitano le polizie cantonali a segnalare eventuali spostamenti di anarchici o di presunti anarchici. Ciò avviene, per esempio, in occasione di una visita dello zar in Francia (settembre 1901), del viaggio del re d'Italia a Parigi (dicembre 1903), di un viaggio dell'imperatore d'Austria (agosto 1905), della visita del re di Spagna a Berlino e Vienna (1905), della partecipazione del re d'Italia all'inaugurazione della galleria ferroviaria del Sempione, che avrebbe «suscitato delle vivaci discussioni fra gli anarchici di Zurigo» (aprile 1906). Anche in occasione delle grandi manovre militari italiane in Val d'Ossola dell'agosto 1907 il Ministero pubblico invita a controllare gli anarchici residenti in Svizzera e a informare tempestivamente il prefetto di Novara. L'ossessione degli attentati anarchici contro ricchi e potenti porta a controllare qualsiasi attività svolta nelle vicinanze di un possibile bersaglio: «Actuellement travaillent à la construction de l'Hôtel “Regina” à Varese, tout près de la villa de la duchesse de Gènes, les tessinois suivants (seguono i nomi di dieci gessatori). Les autorités italiennes désirent savoir si parmi les susnommés se trouvent des anarchistes ou des individus malfamés», scrive il Ministero pubblico il 17 giugno 1907. I gessatori risulteranno «di condotta regolare e non appartenenti al partito anarchico»[2].

Attività reali

L'attività degli anarchici italiani presenti nelle città svizzere all'inizio del '900 è di carattere prevalentemente propagandistico. Si raccolgono fondi e sottoscrizioni per le pubblicazioni (per esempio, ripetutamente, per il giornale milanese «Il grido della folla», più tardi per «Protesta umana», o per singole pubblicazioni, come la versione italiana delle «Parole di un ribelle» di Kropotkin, stampata a Ginevra nel 1903), si diffondono volantini, giornali e libri. Nel febbraio del 1906, per esempio, arrivano a Zurigo e a Ginevra, provenienti da Lugano, 5000 copie in italiano di «Abbasso l'esercito» di Luigi Bertoni (è proprio di quel mese una circolare del Consiglio federale concernente le misure contro la propaganda antimilitarista e anarchica).

Frequenti sono le conferenze, che si tengono solitamente in osterie e ristoranti, seguite attentamente da zelanti informatori. Conferenze tenute d'occhio non solo dalla polizia locale, ma a volte anche da quella del cantone d'origine degli oratori. Il 21 luglio del 1904 il Dipartimento di giustizia e polizia del canton Vaud vuole sapere cosa ha detto Libero Merlino (figlio del noto anarchico Francesco Saverio Merlino) nelle sue conferenze a Lugano, Bellinzona e Biasca. Da Lugano arriva all'autorità cantonale ticinese questo resoconto, che evidenzia capacità di comprensione e di scrittura oggi non molto comuni nei rapporti di polizia:

Mercoledì sera 20 corr. nel ristorante Fioratti in Piazza Funicolare, Libero Merlino tenne la sua annunciata conferenza avanti un uditorio d'un centinaio di persone (socialisti ed anarchici) principiata alle ore 9 e terminata verso le 10 1/4. Combatté oltre che il militarismo, borghesia e capitale, il parlamentarismo di niun'altro occupato a fabbricar leggi a favore della borghesia. Criticò i socialisti che tendono ad entrare in parlamento facendo con ciò il giuoco della borghesia, e questa allusione provocò le proteste d'una parte dei presenti. Inneggiò alla soppressione della proprietà privata non per arricchire gli anarchici, ma per costituirla proprietà comune. Fece caldo appello alla perseveranza nella lotta contro le classi dirigenti, militarismo, borghesia e parlamentarismo, che si sostengono a vicenda, terminando con un rapporto della loro idea con un gran castello posto in riva al mare, il quale dopo aver sfidato per molto tempo l'imperversare della bufera, le proprie fondamenta corrose a poco a poco dalle onde, che venivano ad infrangersi contro, finì per crollare miseramente. Così sarà della loro idea ed opera se sarà unita e perseverante. 

Il giorno dopo Merlino parla alla birreria Gambrinus di Bellinzona. La conferenza, intitolata «Le basi positive di un'utopia», è seguita, secondo l'appuntato di polizia che ne riferisce, da «50 persone appartenenti a tutti gli strati sociali». Anche in questo caso lo storico si trova di fronte a una buona sintesi (redatta in un italiano a tratti fiorito, riflesso dello stile dell'oratore), che permette di seguire il filo delle argomentazioni e di constatare che non si tratta affatto di una ripetizione della serata precedente. L'intensità di questa forma di propaganda è dimostrata dai dati raccolti da Giovanni Casagrande: in questi anni Luigi Bertoni, il celebre anarchico svizzero, grande oratore, teneva 60-100 conferenze all'anno in ogni angolo del paese (seguite da 100 a 200 operai italiani).

La polizia e i confidenti prezzolati dal Ministero degli esteri italiano si infiltrano anche nelle piccole riunioni tenute in case private: non è difficile, data l'instabilità di questi gruppi, col continuo viavai di lavoratori e profughi italiani. Ecco quanto riferisce il 2 maggio 1903 il commissario di governo del distretto di Lugano:

Gli anarchici residenti in Lugano tennero ieri riunione al Molino Nuovo presso Giuseppe Arganini ed alla sera si sono recati presso certo Armando Romeo Puccini fu Francesco, operaio, di Pontedera, nel viale Landriani No. 100, casa del Sig. Gio. Selm, arrivato qui da un mese circa. A quel convegno parteciparono Gelli Luigi, Arganini Giuseppe, Maraccini [Marracini] Manrico e figlio Laborio, Ghezzi Lodovico, Balbi Marco, Rossi Antonio [...] ed inoltre il giovane Carlo Bossi di Giuseppe, domiciliato a Lugano. Arganini fece l'apologia dell'assassinio di Re Umberto a Monza e cantò una canzone anarchica la quale finisce “volesti sangue (alludendo ai fatti del maggio 1898 in Milano) e sangue avrai...”. Maraccini Manrico prendendo il bicchiere in mano gridò “Evviva il 29 luglio” (epoca dell'uccisione di Re Umberto) ed i compagni risposero evviva, esclamando “e presto anche suo figlio”.

Mancano soltanto un rigo musicale con la melodia della canzone e un giudizio sulla qualità del vino. Anche tra gli atti della polizia di altri cantoni, per esempio di quella vodese, si trovano informazioni particolareggiate su riunioni ristrette di anarchici. 

Tra le attività propagandistiche va segnalata anche l'organizzazione di rappresentazioni teatrali: per esempio nel febbraio del 1903 a Massagno presso Lugano è in cartellone «Senza patria» di Pietro Gori («un'apologia dell'Anarchia», dice il rapporto di polizia) e nel luglio dello stesso anno «Il primo maggio», sempre di Gori. Attori sono gli stessi anarchici italiani presenti in città, come il negoziante Arganini (espulso dalla Svizzera il 7 ottobre 1904), il tipografo Ghezzi, il parrucchiere Marracini (figura di spicco del gruppo luganese fin dal 1884).

Nell'ambito della creazione di spazi alternativi di formazione, è significativo l'appoggio dato da gruppi anarchici italiani come quello di Losanna e di Zurigo alla Scuola Ferrer di Losanna, sorta nel 1910, peraltro sostenuta attivamente dal giornale «Réveil/Risveglio». In questo contesto possiamo ricordare anche la breve esperienza del Circolo istruttivo «Humanitas» creato a Lugano nel 1891, «l'unica attività pubblica in cui gli anarchici residenti in Ticino si impegnarono a fondo» (Maurizio Binaghi, Addio Lugano bella. Gli esuli politici nella Svizzera italiana di fine Ottocento (1866-1895), Dadò, Locarno 2002, p. 506).

Non è facile, sulla base degli studi finora disponibili, valutare quanto l'attività degli anarchici italiani vada oltre la propaganda. A volte si ha l'impressione che, come a Basilea, gli emigranti anarchici siano piuttosto estranei alla vita politica e sindacale. Il circolo socialista italiano della città renana scrive sull'«Avvenire del Lavoratore» del 17 luglio 1909: «Questi anarchici cosa fanno? Movimenti operai non ne organizzano, non ne iniziano. Violenze non ne commettono, né contro i padroni né contro le Autorità». Il rifiuto dell'organizzazione rende più difficile rintracciare tracce sicure di attività anarchiche. Le troviamo, tuttavia, sia dove i grandi lavori infrastrutturali hanno concentrato molta manodopera italiana (per esempio tra gli operai del traforo del Gottardo, in buona parte toscani, che durante uno sciopero giravano per Airolo «con bandiere nere»), sia nelle realtà urbane (per esempio a Ginevra, durante l'importante sciopero del 1903 nel settore della costruzione).

Come ha osservato recentemente Gabriele Rossi,

la tradizione storiografica sindacale ha costantemente indicato nelle agitazioni anarchiche un fattore di freno per lo sviluppo del movimento operaio organizzato. Ora, va riconosciuta all'anarchia la capacità di adeguarsi alle condizioni del tempo. Di fonte a una massa operaia molto fluttuante, per nulla legata al proprio posto di lavoro, ciò che smuove gli animi è l'immediata lotta a soprusi, al pagamento dei salari in lire anziché in franchi, è lo sciopero per l'aumento della paga. Costruire un'organizzazione forte e stabile non rientra negli obiettivi di questi operai (Gabriele Rossi, Sindacalismo senza classe, Fondazione Pellegrini - Canevascini, Bellinzona 2002, p. 33).

Il Primo Maggio

Anche sulla celebrazione del primo maggio siamo spesso accuratamente informati dalla polizia, specialmente attenta agli anarchici, più imprevedibili e temuti dei socialisti.

Nel congresso di Capolago del 1891, dove la folta delegazione italiana ha fondato il Partito socialista anarchico rivoluzionario, si è teorizzata la necessità di cogliere l’occasione del primo maggio per imprimere al movimento internazionale un «carattere quanto più possibile rivoluzionario» proclamando ovunque possibile uno sciopero generale. Da allora è stata ricorrente la polemica anarchica nei confronti dei socialisti, accusati di voler tradire lo spirito della giornata di lotta trasformandola in un innocuo rituale festivo. Ne cogliamo l’eco nel già citato verbale

della riunione luganese del 2 maggio 1903:

Ghezzi Lodovico fece un discorso sul 1. Maggio dicendo che è giornata di festa solo per gli operai incoscienti che sono vittime del socialismo, che sono pecore che si lasciano guidare da chi con conferenze li conduce alla rovina e che all'operaio bisogna fargli invece comprendere che tutto ciò che produce è suo e non d'altri. Gelli dice che tutti gli operai sono asini da soma che non conoscono la loro forza ed intelligenza e bisogna distoglierli dai loro capi che facendo il vagabondo colle loro conferenze vivono alle loro spalle e bisogna quindi convincerli alle idee anarchiche. Maraccini Manrico legge indi un ordine del giorno nel quale parla della borghesia, dei vili governi, della siberia, delle galere, che verrà pubblicato in qualche giornale anarchico, che ora non si sa quale. Venne distribuito un foglio stampato alla macchia «Il 1. Maggio dei socialisti e la borghesia» che deve essere stato scritto da Maraccini Manrico. 

Ma il primo maggio è stato fin dall’inizio, anche per gli anarchici, giornata di mobilitazione e di lotta e insieme celebrazione festosa. «Dolce pasqua dei lavoratori», lo definisce Pietro Gori nel famoso inno, da cantarsi sull’aria del coro del Nabucco, che diventa uno dei canti preferiti in Italia nelle celebrazioni del primo maggio. L’inno è inserito nel bozzetto drammatico «Primo maggio» (1895), rappresentato con grande successo in tutti i paesi di immigrazione italiana.

La presenza di lavoratori stranieri al primo maggio, sempre più vistosa in Svizzera dagli ultimi decenni del Novecento, non è affatto una novità: dagli anni ‘90 dell’Ottocento fino allo scoppio della prima guerra mondiale, gli immigrati, e tra questi la folta comunità italiana, hanno avuto un peso determinante, sia per il numero di partecipanti alle manifestazioni, sia per le caratteristiche delle stesse. A partire dal 1895, l’anarchismo perde terreno presso gli operai tedeschi e austriaci, ma ne guadagna presso gli operai italiani dell’edilizia e delle grandi opere pubbliche di fine secolo, dall’occupazione precaria, molto mobili e poco integrati. Questa base operaia permetterà una partecipazione attiva degli anarchici alle manifestazioni del primo maggio, specialmente nella Svizzera Romanda tra il 1905 e il 1910.

Anche a Lugano all’inizio del Novecento ritroviamo tutte le componenti che si sono ormai affermate in Italia, «il corteggio», la «passeggiata campestre», la musica e, naturalmente, le bandiere o altri contrassegni per indicare l’identità specifica dei partecipanti, come nel 1904 «il cartello di maggiori dimensioni portante l’indicazione “circolo socialista anarchico Germinal” accompagnato dalla bandiera nera a piccoli nastri rossi». E come ai giorni nostri la polizia segue con occhio vigile i manifestanti curdi, così all’inizio del Novecento sono soprattutto gli anarchici a essere strettamente sorvegliati: sempre nel 1904 gli agenti luganesi, sollecitati per telegrafo da Berna, confermano la presenza di «un cartellino rosso a caratteri bianchi, fissato su d'un’asta portata da un ragazzo colla inscrizione “abbasso il parlamento italiano”».

Pubblicazioni anarchiche in lingua italiana

La presenza degli anarchici italiani in Svizzera porta anche alla nascita di parecchie pubblicazioni. La prima, «La rivoluzione sociale», appare nel 1872 a Neuchâtel. A Bellinzona escono nel 1875 alcuni numeri di «L'Agitatore», foglio di indirizzo antibakuniniano redatto da Tito Zanardelli e Lodovico Nabruzzi. A Ginevra, nel 1881, Emilio Covelli pubblica «I Malfattori», in cui teorizza la via dell'attentato individuale. Sempre a Ginevra, dieci anni dopo, ecco apparire «Pensiero e dinamite» del siciliano Paolo Schicchi, che col motto «Il Pensiero per sollevare i Deboli, la Dinamite per abbattere i Potenti» prolunga la stagione della «propaganda del fatto» e si scaglia contro le posizioni di Malatesta e del Congresso di Capolago. La rivista, subito soppressa dalle autorità federali, ricompare, in quello stesso anno, con il titolo beffardo «La Croce di Savoia». Nel 1893 esce a Lugano il numero unico «1. Maggio». A Neuchâtel, nel 1898, il già citato «Il Profugo» (con il sottotitolo «Scenette di vita d'esilio») e «L'Agitatore», scritti da anarchici riparati in Svizzera dopo l'ondata repressiva che ha attraversato l'Italia in quell'anno, stampati da Ferdinando Germani, che sarà espulso già in autunno. Il secolo si chiude con il ginevrino «Almanacco socialista anarchico per l'anno 1900», esperienza editoriale da cui si svilupperà quella di «Le Réveil/Il Risveglio». Nel 1905, a San Gallo, circola «Sua Maestà la piazza», «organo libero dei lavoratori coscienti e ribelli», e l'anno dopo a Zurigo «Ribelliamoci» e a Ginevra, «L'azione anarchica», epigono delle posizioni individualiste alla Schicchi. Tra il 1911 e il 1913 si pubblica a Basilea «La Rivolta», animata dal tipografo toscano Ettore Bartolazzi, poi espulso, e da Giulio Barni, sindacalista rivoluzionario fiorentino che collabora anche al giornale socialista «L'Aurora» di Lugano.

Se i primi giornali anarchici sono pensati per una distribuzione clandestina in Italia, quelli sorti dopo il massiccio arrivo di lavoratori italiani in Svizzera sono più attenti alla situazione sociale del paese d'arrivo. Caratteristica comune di tutte queste pubblicazioni è comunque la breve durata (in certi casi si ha notizia di un solo numero, magari introvabile), dovuta alle frequenti espulsioni dei redattori e alla grande mobilità dei militanti a cui si indirizzano.

Il Risveglio: l'anarchia non dorme

Se queste testate sono effimere, ben diversa è la storia di «Le Réveil anarchiste/Il Risveglio anarchico», foglio bilingue edito a Ginevra che esce ininterrottamente dal 1900 al 1940, quando il Consiglio federale ne decreta la chiusura. In tutto 1054 numeri! (E altri 148 escono, clandestini, fino al 1947). Nei quattro intensi decenni della sua esistenza, «Le Réveil/Il Risveglio», fondato da emigrati e profughi italiani insieme ad altri anarchici, tra cui un importante veterano della Fédération jurassienne come Georges Herzig, è stato uno dei principali punti di riferimento dell'anarchismo internazionale.

Parimenti equidistante ed avverso a tutte le manifestazioni spurie di anarchismo — scrive Leonardo Bettini — l'organo ginevrino seppe mantenere, per tutta la durata delle pubblicazioni, una impostazione di estrema coerenza con la propria linea programmatica, che si richiamava alla vecchia tradizione internazionalista dei giurassiani, di cui si considerava, d'altronde, l'erede diretto e continuatore» (Bettini 1976, p. 245).

Anima del giornale è Luigi Bertoni, personaggio di rarissima tenacia e coerenza. Benché di nazionalità svizzera, anche Bertoni in un certo senso può essere considerato un emigrante italiano. Nato a Milano nel 1872 da una famiglia di origine ticinese, il giovane Bertoni nel 1885 inizia un apprendistato a Como, dove vive, e aderisce al locale Sindacato dei tipografi. Cacciato dal padrone «per essersi sfacciatamente rifiutato di lavorare qualche ora in più dell'ordinario anche dietro pagamento», cerca lavoro a Mendrisio. Giunge quindi in Svizzera, come molti italiani, sulla spinta di una persecuzione politica. Dal 1890 si stabilisce a Ginevra. Se la fase che qui ci interessa si conclude con il rientro della maggior parte degli italiani allo scoppio della Prima guerra mondiale, la storia dell'anarchismo in Svizzera continua, e avrà in Louis Bertoni e nel «Réveil/Risveglio» il suo principale riferimento. L'attenuarsi del «pericolo anarchico» all'inizio del secolo non cambia di molto l'atteggiamento della polizia: schedato per tutta la vita, Bertoni ha l'onore di «une surveillance discrète» da parte di due agenti ginevrini anche al suo funerale (22 gennaio 1947).

Per concludere

Ciò che distingue gli italiani dagli anarchici di altri paesi è la misura in cui, emigrando, essi divennero missionari delle loro idee. Uomini e donne come Malatesta, Merlino, Pietro Gori, Camillo Berneri e sua figlia Marie Louise Berneri, esercitarono sul pensiero e sull’attività anarchica internazionale un’influenza prolungatasi fino alla metà di questo secolo. In tutto il Levante i primi gruppi anarchici furono italiani; nell’America Latina e negli Stati Uniti gli immigranti italiani giocarono una parte di primo piano nella diffusione delle idee anarchiche durante l’ultimo decennio del secolo (XIX), e pubblicarono più giornali di tutti gli altri gruppi messi insieme (Woodcock 1966, p. 303)

A grandi linee, queste osservazioni di George Woodcock, in particolare l'ultima, valgono anche per la Svizzera. Per quanto riguarda le figure di riferimento, nel nostro paese, oltre agli italiani, hanno soggiornato a lungo i principali esponenti dell'anarchismo mondiale, tra cui spiccano Bakunin, Kropotkin, Reclus. Ma la base, le persone che danno vita concretamente alle decine di gruppi anarchici che nascono e scompaiono nell'ultimo decennio dell'Ottocento e nel primo del Novecento, sono i lavoratori emigrati italiani. Le liste del Ministero pubblico della Confederazione che segnalano gli stranieri ritenuti pericolosi sono quasi interamente composte da nomi italiani. Sono toscani, piemontesi, liguri, calabresi, marchigiani... carpentieri, panettieri, cappellai, minatori, sarti... centinaia di lavoratori e profughi che l'attenzione poliziesca ha tolto per un attimo dall'anonimato. Uomini che se non hanno realizzato in Svizzera o in Italia il loro sogno di una società libera, hanno contribuito a diffondere i valori della solidarietà e della giustizia sociale.

Uomini come il falegname Guglielmo Bavaglia di Lugo di Romagna, che interrogato dalla polizia di Bellinzona il 17 maggio del 1898 «si professa comunista ed esprime in pari tempo delle idee anarchiche; non si dichiara però anarchico, perché non è perfetto e l'anarchia è la perfezione, il fine verso il quale deve tendere la società».

 

 Note

[1] La canzone è riportata, con il titolo «Il canto degli anarchici espulsi», nell'appendice «Saggi di letteratura di delinquenti e anarchici», dove compare anche la poesia di Gori «Agli umani carcerieri del Penitenziario di Lugano» (Ed io non odio voi che il viver gramo/ traete qua dentro nell'altrui poter,/ o carcerier miei cortesi, io v'amo/ e oblio il vostro lugubre mestier). Nelle raccolte di canti anarchici e di protesta la canzone, immancabile, porta solitamente il titolo «Addio Lugano bella» o «Addio a Lugano».

[2] Dalla risposta del Commissario di governo del distretto di Lugano. Queste citazioni, come tutte quelle relative alla sorveglianza degli anarchici in Ticino, provengono dai documenti del Fondo polizia politica, sezione «Anarchici», dell'Archivio di Stato di Bellinzona (la data permette di ritrovare agevolmente i documenti, per cui possiamo fare a meno di dare di volta in volta indicazioni archivistiche dettagliate). 

 

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