Lunedì, 15 Dicembre 2003 19:04

Addio Lugano bella (2003)

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Recensione di uno studio di Maurizio Binaghi sugli esuli politici nella Svizzera italiana di fine Ottocento

Una recensione

Maurizio Binaghi, Addio, Lugano bella. Gli esuli politici nella Svizzera italiana di fine Ottocento (1866-1895), Locarno, Dadò 2002, 679 pp. Con una prefazione di Nicola Tranfaglia.

In un primo tempo questo libro notevole (e non solo per le sue quasi settecento pagine) doveva intitolarsi, come ha spiegato l'autore alla presentazione pubblica, L'ago della bilancia. Il titolo poi scelto per ragioni editoriali è certamente piú incisivo ma parzialmente fuorviante: se l'incipit della celebre canzone di Gori ha forse contribuito a garantire una piú ampia distribuzione (il libro è da mesi in attesa di ristampa), l'episodio che ha fatto nascere «Addio, Lugano bella» non può caratterizzare l'intera vicenda degli esuli dell'ultimo terzo del XIX secolo. Da un lato richiama solo la componente anarchica, mentre Binaghi si occupa anche di esuli repubblicani e socialisti; dall'altro condensa in un solo aspetto, quello dell'espulsione, una politica d'asilo complessa e mutevole, condizionata da molteplici fattori esterni e interni, tutto sommato piuttosto aperta.

Ma lasciamo il titolo e occupiamoci di quel che piú conta. La situazione degli esuli è, per Binaghi, il grimaldello che permette di sondare la realtà politico-istituzionale. Dalla sessantina di pagine introduttive, che precisano il quadro teorico del lavoro, tolgo questa frase che illustra la stratificazione della ricerca: «gli esuli vivevano e agivano proprio su tre realtà distinte: una prima realtà era rappresentata dal Regno d'Italia, dal quale erano fuggiti e verso cui la loro azione era concentrata; una seconda dalla Confederazione svizzera, in cui erano  accolti e dalla quale temevano di essere espulsi; infine, una terza realtà era personificata dal Canton Ticino, il cui clima politico e sociale condizionava in modo importante la loro esistenza e quotidianità» (p. 22). La minuziosa indagine di Binaghi ripercorre sistematicamente le vicende degli esuli, tenendo sempre presenti questi tre strati; anche se alcuni illustri esuli non sono italiani, l'attenzione è comunque posta sulle loro relazioni con i rifugiati italiani, oltre che con esponenti politici ticinesi. Già il primo caso in cui ci si imbatte, quello di Mazzini, mette in luce l'intricato rapporto che implica i tre ambiti: basti ricordare che nel maggio del 1869 il Consiglio federale fa espellere Mazzini dalla Svizzera italiana, sulla base di semplici sospetti, accogliendo senza verifiche le informazioni dall'ambasciata italiana, all'insaputa delle autorità ticinesi. Anche se i radicali ticinesi possono a ragione parlare di «servilismo» dell'autorità federale, si tratta però di un'adesione solo parziale alle aspettative italiane, visto che a Mazzini viene concesso di restare nella Confederazione: la ricerca di un difficile equilibrio tra pressioni estere e rispetto del diritto di asilo è un elemento costante di questa vicenda. Tutto il libro è percorso dagli sguardi incrociati che, da Roma e da Berna, osservano l'angusto territorio ticinese, con gli esuli, grandi e piccoli, a focalizzare l'attenzione generale. Esuli spesso ignari, almeno in parte, di queste premurose attenzioni diplomatiche e poliziesche.

In una recensione è impossibile presentare compiutamente la successione dei temi e dei momenti sviluppati da Binaghi: perché il lettore abbia davvero un'idea dell'articolazione della ricerca e dei suoi contenuti principali, bisogna per forza rinviarlo al lungo e dettagliato indice (9 pagine). Mi limito qui, tanto per dare una traccia, a un elenco scarnificato e parziale di episodi e personaggi. Dopo Mazzini si incontra la banda Nathan, formata da reduci dei moti repubblicani del 1870 rifugiati in Ticino: con il fallimento del loro tentativo di penetrazione in suolo italiano – braccati dall'esercito italiano, ritornano in Ticino, dove sono processati ed espulsi – e la morte di Mazzini nel 1872, si chiude il periodo degli esuli risorgimentali. Nello stesso triennio 1869-1972 è in Ticino l'ingombrante esule russo Michail Bakunin: la sua presenza annuncia un'epoca nuova, e mentre Bakunin è ancora in Ticino, comincia l'ondata dei comunardi (prima il geografo anarchico Elisée Reclus, poi altri reduci dalla Comune di Parigi). Da qui si susseguono – in pagine affollate di esuli, illustri e no, di radicali ticinesi, di internazionalisti locali – densi capitoli che toccano, tra le altre cose, il Congresso della pace e della Libertà tenutosi a Lugano nel 1872, la vicenda della Baronata, la nascita della Sezione del Ceresio e i suoi rapporti con l'Internazionale e con la situazione sociale ticinese, il socialismo di Andrea Costa e Anna Kulisciov, i loro rapporti con Cafiero. Interrompendo la sfilata anarco-socialista, Binaghi apre un'interessante finestra su «L'irredentismo e la crisi delle forze radicali italiane». Con il 1884, ecco una nuova colonia anarchica a Lugano e verso la fine del decennio nuovi esuli repubblicani (messi in relazione con la cosiddetta «rivoluzione liberale» del 1890). Gli ultimi anni sono nuovamente occupati dagli anarchici: il congresso di Capolago e l'arresto di Malatesta nel 1891, e in generale la crescente preoccupazione dei poteri di fronte al terrorismo anarchico e l'intensificazione del controllo poliziesco.

Il volume, che sarà d'ora in poi un riferimento obbligato per chi lavora sugli aspetti politici e diplomatici di questo trentennio, è corredato di tre inserti iconografici (gradevoli e per nulla pretestuosi) e due appendici che tracciano il profilo ideale del rifugiato in Ticino e riprendono i dati essenziali di tutti gli esuli incontrati in questa ricerca.

Anche i capitoli che sono già stati oggetto di singoli studi piú o meno approfonditi – per esempio Bakunin e la Baronata, la Sezione del Ceresio, l'espulsione di Gori – prendono qui una luce diversa, inseriti come sono in un discorso di piú ampio respiro. Rispetto agli studi precedenti c'è poi un notevole allargamento della base documentaria, e particolarmente fruttuoso è il ricorso sistematico alle fonti diplomatiche italiane (molto interessanti i rapporti inviati a Roma dal console di Lugano). L'arco di tempo preso in considerazione, il trentennio 1886-1895, continua cronologicamente il lavoro di Giuseppe Martinola sugli esuli italiani dalla Rivoluzione francese all'Unità d'Italia: il secondo volume, uscito postumo e curato da Carlo Agliati, si chiudeva con la morte di Mazzini, e da lí riprende Binaghi. Le due opere costituiscono quindi un continuum che copre tutto l'Ottocento, anche se sono ovviamente diverse nell'impostazione, nello stile, nel lavoro sulle fonti, nell'interesse e nelle domande di chi li ha redatti. Che il punto di interruzione (e di collegamento) sia il 1870 è quasi naturale, e l'importante svolta è sintetizzata da Binaghi a pagina 83: «A partire dal 1870 nel territorio italiano le ragioni di esilio cambiarono completamente: la morte di Cattaneo e Mazzini diradò il movimento repubblicano; l'arrivo di Bakunin e dei comunardi parigini fece confluire nel cantone rifugiati che avevano un obiettivo, l'instaurazione del socialismo in Italia, che pochi ticinesi potevano condividere. Inoltre, la provenienza sociale degli esuli mutò: ai ceti borghesi repubblicani, facilmente riconvertibili in Ticino, seguirono esuli di origine popolare...». Questo cambiamento nella tipologia dell'esule non comporta tuttavia un drastico cambiamento nella politica d'accoglienza: «I dirigenti ticinesi continuarono, infatti, ad assicurare, di fronte alla svolta conservatrice e repressiva delle autorità italiane, un ruolo di sostegno verso coloro che, per difendere le loro idee politiche, dovevano abbandonare il paese». Anarchici e socialisti si trovano cosí a beneficiare della propensione all'asilo e della rete d'accoglienza che si erano consolidate nei decenni della solidarietà con i protagonisti delle lotte risorgimentali. Tuttavia, anche se fino alla fine del secolo le istanze sociali trovano spazio nelle frange piú radicali del liberalismo ticinese, il sostegno ai rifugiati non è piúautomatico.

Può illustrare questo delicato passaggio – cosí aggiungo una pietruzza all'edificio di Binaghi – anche la contrastata pubblicazione sul Dovere, il primo ottobre del 1881, di un articolo redatto da Mosè Bertoni in occasione dell'espulsione di Kropotkin. Bertoni prende le difese dell'anarchico russo (accusato di aver difeso l'attentato allo zar Alessandro II) ricorrendo, tra le altre, a queste argomentazioni:

a) «le autorità calpestano ora la piú nobile istituzione della nostra patria, quella che fece la Svizzera amata e rispettata presso le nazioni tutte: il diritto d'asilo. Rinunciando a questa generosa istituzione, noi non facciamo onore alla nostra patria, anzi la esponiamo ai piú sinistri eventi. Poiché è facile comprenderlo: finché la Svizzera sarà una terra di pace e di giustizia, un faro di luce e libertà nel tempo stesso che una cittadella di rifugio per i perseguitati, la sua esistenza in mezzo alle altre grandi nazioni è un bisogno, una necessità, anche per i nostri stessi nemici».

b) «Fu scritto che chi libera la patria da una sí inaudita tirannia è degno della tortura e della forca! È troppo! Degno della forca sarà adunque, di conseguenza, anche il nostro Guglielmo Tell, il quale, precisamente, come Ryssakov (l'autore dell'attentato allo zar, ndr) s’illustrò coll’uccidere un tiranno».

Mosè Bertoni, cofondatore e collaboratore del giornale, è già entrato nella sua breve parentesi anarchica, ma nell'articolo non lo dà troppo a vedere: se da un lato ricorre al paragone (che riecheggia nella canzone di Gori), tra Guglielmo Tell e i rivoluzionari del presente, dall'altro si richiama con forza alla «nobile istituzione» svizzera del diritto d'asilo. Tuttavia la pubblicazione non è indolore. Una nota redazionale avverte che essa è stata «ritardata per sovrabbondanza di oggetti d'urgenza, e perché la Redazione non è interamente d'accordo nella severità di questo giudizio» (infatti i commenti pubblicati in precedenza piú che porre una questione di principio — tirata sí in ballo, ma piú per inerzia che per convinzione — avanzavano dubbi sull'opportunità tattico-politica della decisione: «i decreti di sfratto a nulla valgono, se non ad aggiungere a questi pensatori, o sognatori che dir si vogliano, l'aureola del martirio», 5 settembre 1881). Nel loro insieme, gli articoli pubblicati dal Dovere in quel frangente sono una spia di questa fase storica, in cui la continuità nella propensione all'asilo, che ha le sue radici nella partecipazione (anche diretta) alle lotte risorgimentali, si accompagna al turbamento di fronte all'emergere di posizioni sempre piú difficilmente metabolizzabili dall'ideologia radicale, come la propaganda del fatto, che proprio in quegli anni si cominciava a teorizzare (anche nel giornale diretto da Kropotkin a Ginevra) e a praticare.

Binaghi chiude la sua ricerca con il noto episodio dell'espulsione di Pietro Gori e compagni (ricostruito, pure questo, con cura e ricchezza di dettagli).

Si possono comprendere i motivi di questa scelta temporale: da un lato il 1895 vede giungere a maturazione «il processo di criminalizzazione dell'anarchismo, cominciato nel 1892» (p. 610), dall'altro l'autore doveva pur mettere un limite a una ricerca che rischiava l'elefantiasi. È tuttavia un peccato che il volume non prosegua fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, che pare essere, piú del 1895, il vero momento di cesura nella vicenda degli esuli politici italiani in Ticino. Come dice lo stesso Binaghi, «la fine del 1894 e l'inizio del 1895 vedono comunque già avvicinarsi le prime avvisaglie repubblicane e socialiste di quella che sarà la grande burrasca del 1898»: la dura repressione dei moti sociali milanesi della primavera 1898 spinge una nuova ondata di profughi verso il Ticino mentre con l’attentato di Luccheni all’imperatrice d’Austria la psicosi antianarchica raggiunge livelli parossistici (la schedatura sistematica degli anarchici in Svizzera e in Ticino comincia proprio in quell'anno). Il 1895 è quindi un momento importante, all'interno però di una dinamica che si prolunga – pur con caratteristiche in parte mutate – fin nei primi anni del nuovo secolo. Poi, dopo la grande cesura della guerra, arriverà la stagione degli esuli antifascisti, e questo sí è un altro capitolo.

Il lettore che si cala nella complessa vicenda ricostruita da Binaghi, resta senz'altro soddisfatto dalla pertinenza, dalla quantità e dalla varietà delle fonti utilizzate. Leggendo il testo senza lasciarsi sopraffare dai dettagli sente, come ha detto qualcuno, il «respiro della storia». Tra tanta dovizia di materiali interessanti e meticolosamente esposti (a p. 522 troviamo pure la ricetta della nitroglicerina) è però difficile cogliere il «respiro» dell'autore: Binaghi è rigorosamente «scientifico», irreprensibilmente equidistante, descrive e analizza senza sbavature. Forse qualche intrusione dell'io, qualche timido segno di condivisione (e non mi riferisco tanto a posizioni politiche) avrebbe accresciuto il piacere della lettura.

Detto della ricerca (con tutti i limiti dello spazio e del recensore), mi sembra doveroso aggiungere qualcosa sul prodotto editoriale. In un libro come questo, in cui il testo dialoga intensamente con centinaia di note (non si tratta solo di indicazioni di fonti, ma di ampie citazioni e informazioni complementari al discorso principale), bisognerebbe avere le note a piè di pagina, non in fondo ai capitoli. E non si può evitare un altro biasimo: in un volume di oltre seicento pagine è piú che comprensibile la presenza di un certo numero di sviste e refusi, ma qui gli errori sono davvero un po' troppi. Sarebbe stato piú opportuno investire un po' meno nella promozione (forse qualcuno ricorda ancora il pacchiano e squinternato annuncio a tutta pagina che lanciava la rituale presentazione, nello scorso febbraio) e qualcosa di piú nella cura del libro: Binaghi lo meritava, e con lui il lettore.

Danilo Baratti

(«Archivio storico ticinese», n. 133, dicembre 2003, pp. 402-405)