Giovedì, 04 Ottobre 2012 00:00

Un testimone della collettivizzazione nella Spagna del 1937 (2012)

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Tradotte e commentate da Renato Simoni le preziose memorie del miliziano svedese Nils Lätt

È uscito qualche mese fa un librino poco appariscente: nemmeno 80 pagine, una dimessa copertina verdognola. Si tratta però di una pubblicazione notevole: Nils Lätt, Miliziano e operaio agricolo in una collettività in Spagna, a cura di Renato Simoni, La Baronata, Lugano 2012.

Chiaro e limpido il titolo, che ricalca quello originale[1], impeccabile la sintesi della quarta di copertina, ripresa dall’introduzione di Renato Simoni, tanto che al recensore che intende entrare in argomento conviene riprenderla pari pari: «L’esperienza di Nils Lätt nella Spagna del 1937 si articolò in tre momenti, altrettanto importanti: la partecipazione alla guerra nella più nota colonna libertaria del fronte di Aragona, il ricovero in ospedale, che gli permise di vivere da vicino i tragici eventi del maggio 1937 in Catalogna e, ciò che risulta abbastanza eccezionale nell’esperienza dei combattenti, il soggiorno prolungato in una collettività agricola. Il marinaio anarchico Lätt, con questa attenta testimonianza scritta ancora a caldo, ci offre una lettura appassionata e appassionante degli eventi, di una straordinaria ricchezza di dati, che trovano ampio riscontro nella storiografia più aggiornata». Qui c’è già l’essenziale.

Nils Lätt, o Nisse Lätt, l’autore, è uno svedese. È nato nel 1907 (morirà nel 1988) e arriva in Spagna già trentenne, maturo, con alle spalle un percorso politico anarco-sindacalista. Come dice il titolo, è un miliziano; appartiene quindi a quella minoranza di volontari che ha combattuto tra le fila degli anarchici e del POUM, non nelle Brigate internazionali organizzate dai comunisti. Non è quindi un caso che le sue memorie siano state pubblicate dalla Baronata di Lugano, piccola editrice libertaria che ha già dato alle stampe quelle di altri due miliziani anarchici: Albert Minnig[2] e Antoine Gimenez[3]

Ancor meno casuale è che sia stato Renato Simoni a scovare questo testo e a proporlo in lingua italiana: per anni ha lavorato, con sua moglie Encarnita, intorno al tema della collettivizzazione, e proprio nella zona in cui è passato Lätt (ed è stata ancora la Baronata a pubblicare l’edizione italiana riveduta del loro accurato studio sul villaggio aragonese di Cretas[4]): non dev’essergli sembrato vero, consultando il sito dei Giménologues[5], di imbattersi in una testimonianza così centrata sull’esperienza di una collettività aragonese. E breve è poi stato il passo dalla sorpresa all’opera, che non è una semplice traduzione. Prima di tornare a Lätt, è infatti da sottolineare il lavoro intenso, attento e competente del curatore, che riprende e sviluppa nelle sue note tutta una serie di elementi presenti (e assenti) nelle memorie dell’anarchico svedese, ampliandone e rinnovandone il valore. Basti dire che alle 38 pagine di Lätt si accompagnano, in corpo minore, ben 18 pagine di note, che sottolineano quella «straordinaria ricchezza di dati, che trovano ampio riscontro nella storiografia più aggiornata» di cui si parlava prima e ne aggiungono molti altri. Si veda per esempio la nota 66, di un’intera pagina, che partendo da una frase un po’ sommaria di Lätt su un preciso momento del conflitto sociale a Fabara («alcuni fascisti caddero durante questi combattimenti, altri si salvarono in luogo sicuro»), ci dà le cifre esatte e chiarisce dinamica e fasi degli avvenimenti dell’agosto 1936, con un’opportuna digressione sulla violenza praticata dalla banda di Pascual Fresquet (poi dissolta dalla CNT perché nociva all’immagine del sindacato). Questo per dire anche che Simoni, pur simpatizzando (ovviamente, verrebbe da dire) per il «campo repubblicano», fa il suo mestiere di storico e non l’apologeta. E lo fa (si veda come esempio la chiusura di quella stessa nota) con una profonda conoscenza della produzione storiografica sulla guerra civile accompagnata, quando possibile, dalla raccolta diretta di informazioni locali scritte e orali.

E ora tocca a Nils Lätt. Già attento in precedenza alle vicende spagnole, quando scoppia la guerra civile reagisce subito, ma non si butta nella mischia con la generosità impulsiva a volte un po’ incosciente di molti giovani volontari: «lasciai la marina ponendomi il problema di raggiungere la Spagna o di provare a fare qualcosa in Svezia. Avevo capito che in Spagna c’era soprattutto bisogno d’armi e di tecnici militari. I volontari non mancavano» (p. 20). Lätt ha bene in chiaro, prima, durante e dopo la sua esperienza spagnola, cosa sia in gioco e quali siano i problemi del fronte antifascista. Gli è ben chiaro anche il nesso tra difesa della repubblica e rivoluzione sociale: «Dalla stampa, appresi che i lavoratori, parallelamente alla guerra, erano riusciti ad avviare una collettivizzazione delle terre, dell’industria e di altri settori. Il desiderio di battermi al loro fianco e di partecipare allo sforzo di ricostruzione divenne troppo forte» (ivi). Non solo combattere il fascismo, quindi, ma partecipare allo «sforzo di ricostruzione», al processo di trasformazione dal basso che soprattutto gli anarchici avevano avviato in alcune regioni di Spagna.

Lätt giunge a Barcellona «in una bella giornata di gennaio». Come molte testimonianze, anche la sua si sofferma sullo spettacolo della Barcellona rivoluzionaria[6]. Passaggio breve, perché è subito sul fronte aragonese con la colonna Durruti. Nelle pagine dedicate all’esperienza bellica (22-32) ritroviamo molti temi presenti in altre testimonianze di miliziani: i combattimenti, i generosi attacchi di uomini male armati, i bombardamenti, la morte. La narrazione efficace, pulita, senza fronzoli, dà forza anche a queste pagine su cui non mi soffermo[7].

Una svolta importante nella guerra di Nils avviene a Santa Quiteria, tra Huesca e Saragozza, nell’aprile del 1937: «Coricato, contavo le detonazioni che si avvicinavano progressivamente, prevedendo che il prossimo colpo sarebbe caduto vicino a me; improvvisamente ricevetti una botta in testa (...). Avevo perso un occhio». «Perso un occhio», tutto qui. Lätt non si dilunga: è della Spagna che vuole parlare, non di sé. È in un ospedale a Tarragona proprio durante i tristi «giorni di maggio» in cui su istigazione dei comunisti si apre la caccia agli anarchici. Gli scontri barcellonesi si riverberano anche a Tarragona e sono vissuti confusamente dai miliziani ospedalizzati: «Non capivamo di essere testimoni di una tra le più odiose provocazioni, messa in scena da un “partito operaio” che, anche in piena guerra contro il fascismo, non lasciava cadere i suoi inconfessabili interessi particolari». Sulla strategia comunista per conquistare l’egemonia del fronte repubblicano molto si è scritto e quindi procedo, per arrivare alla parte più importante e originale di questa testimonianza. Ormai inabile al combattimento, il miliziano svedese è mandato a dare una mano in una collettività, quella di Fabara, un villaggio della Bassa Aragona ai confini con la Catalogna. L’attenzione di Lätt per il fenomeno delle collettivizzazioni, e la convinzione della sua centralità, emerge già nelle pagine precedenti. Subito all’inizio, come si è visto, poi ancora con osservazioni generali sulla necessità di questo processo, ostacolato da «capi dei partiti, comunisti e borghesi» (25, 35), fino ad annotare che un suo compagno d’ospedale «non parlava che del momento in cui sarebbe tornato al suo villaggio in Aragona per vedere a che punto era la collettivizzazione» (33). Ora Lätt vi è dentro, con tutto il tempo di capire come vanno le cose e di parlarne. E vi dedica l’ultimo terzo delle sue memorie spagnole (37-52), come si è già detto la più preziosa[8]. Proprio per questo la lascio e raccomando al lettore, limitandomi a poche citazioni. All’arrivo, un giovane gli mostra la biblioteca «con particolare fierezza» (41). Lätt, esperantista, è un marinaio colto. Già quando descrive l’arrivo a Barcellona, sottolinea la presenza dell’Ateneo libertario («nello stesso tempo un luogo di riunione e di apprendimento» (21). Trovando la stessa struttura a Fabara, e osservando la biblioteca, conclude: «Sentivo che qui, all’Ateneo libertario, mi sarei ritrovato a mio agio». Lo svedese rimane a Fabara alcuni mesi, trovandosi a suo agio per molti altri motivi e lasciando un ricordo che ancora non si è spento (il curatore ha avuto la fortuna di raccogliere in loco quel che rimane di questa memoria, e di ritrovare attraverso questi contatti, cosa insperata, anche lo statuto della collettività, ampiamente ripreso nelle note). 

«Da secoli la vita si era mossa nello stesso solco (...) sangue nuovo cominciava a scorrere nelle vecchie arterie. Si vedevano ovunque nel villaggio i segni di un’era nuova. Per la prima volta la società si organizzava da se stessa» (45). Nils Lätt qui parla al passato perché lascia Fabara dopo lo scioglimento della collettività ad opera delle autorità repubblicane sempre più condizionate dalle forze moderate (comunisti, repubblicani e socialdemocratici). Scrive però la sua testimonianza prima della fine della guerra, quando ancora i suoi compagni di Fabara sperano di poterla riorganizzare. Comunque vada a finire, conclude all’indirizzo del lettore svedese, «tu che lavori in fabbrica, nella foresta o nei campi, hai qualcosa da imparare dai compagni spagnoli!»[9].

Danilo Baratti

 

 

 

(Le memorie di Nils Lätt. Un testimone della collettivizzazione nella Spagna del 1937, «Verifiche» n. 4, ottobre 2012, pp. 24-26)

 

[1] Som milisman och kollektivbonde i Spanien, 1938.

[2] Albert Minnig, Diario di un volontario svizzero nella Guerra di Spagna, 1986. Minnig, manovale edile attivo nella FLEL romanda, influenzata dall’anarco-sindacalismo, arriva in Spagna nel settembre 1936 all’età di 25 anni. La sua presenza in Spagna è breve, pochi mesi, ma intensa, e si riflette in queste poche pagine scritte a caldo (pubblicate sul «Réveil anarchiste» nel 1937-38).

[3] Antoine Gimenez, Amori e rivoluzione. Ricordi di un miliziano in Spagna (1936-1939), 2007. Il vero nome dell’autore è Bruno Salvadori. Espulso dalla Spagna in precedenza, Salvadori vi rientra nel luglio del 1936 con un falso passaporto: Antoine Gimenez resterà il suo nome. Lascia la Spagna solo nel febbraio del 1939, alla vigilia dell’occupazione franchista della Catalogna. Nell’ambito della memorialistica della guerra civile, il suo è un testo decisamente anomalo: redatto negli anni Settanta sulla base dei soli ricordi, le sue duecento pagine sembrano generate da una memoria prodigiosa che sa rivivere minuziosamente momenti di battaglia, dialoghi, rapporti sessuali. Quest’ultima è certamente la sua caratteristica più insolita e sconcertante: Salvadori indugia con insistenza sui suoi amori, sembra ricordare ogni bisbiglio, ogni carezza, ogni fremito. Anche i dialoghi, spesso prolissi, un po’ noiosi benché a volte politicamente significativi, sembrano essersi stampati indelebilmente nella sua memoria. Dobbiamo crederlo? Forse non è così importante, ma in ogni caso resta difficile dare un giudizio su questo strano libro.

[4] Encarnita e Renato Simoni, Cretas. Autogestione nella Spagna repubblicana (1936-1938), 2005. Questa edizione riprende e sviluppa ampiamente lo studio originario del 1978 (un mémoire di licenza in francese) poi pubblicato nel 1984 dal Centro de estudios bajoaragonenses: Cretas. La colectivización de un pueblo aragonés durante la guerra civil española, 1936-1937. Proprio mentre esce questa recensione, gli autori stanno curando una nuova edizione in lingua catalana della loro ricerca su Cretas.

[5] www.gimenologues.org. Lì si trova la versione francese su cui ha lavorato Renato Simoni. Il sito è curato dall’omonimo gruppo, formatosi inizialmente intorno al lavoro di edizione e studio delle memorie di Antoine Gimenez. Del gruppo fa parte anche Marianne Enckell, autorevole studiosa svizzera dell’anarchismo (pure presente nel catalogo della Baronata: La Federazione del Giura, 1981, Una piccola storia dell’anarchismo, 2006) e autrice di un’utile nota sui volontari svedesi alla guerra di Spagna che chiude degnamente il volumetto di cui sto parlando.

[6] Come annota il curatore, le sue osservazioni (20-21) ricordano a tratti le pagine iniziali del celebre Omaggio alla Catalogna di Orwell.

[7] Interessante, su questi temi ricorrenti, un confronto tra le tre testimonianze, per esempio sui bombardamenti aerei (Minnig 38, Gimenez 178-180 e Lätt 27-28. Anche su questo tema si può apprezzare, con la nota 21, il lavoro preciso e competente di Renato Simoni).

[8] Anche Minnig e Gimenez accennano al fenomeno, più di sfuggita. Accenni però illuminanti: poco prima del ritorno in Svizzera Minnig ha un fugace contatto con una collettività dalle parti di Fraga. È colpito «dalla grande iniziativa ed organizzazione di questi contadini, in maggioranza analfabeti» ma anche dal fatto che il barbiere, ormai affrancato da ogni relazione servile, rifiuta la mancia (63-64, un dettaglio che pure fa tornare alla mente le prime pagine di Orwell). Antoine Gimenez parla più diffusamente della sua permanenza nella collettività di Pina de Ebro, tra un combattimento e l’altro, soffermandosi essenzialmente sulle iniziative di alfabetizzazione e sulla conferenza di un ex insegnante della Scuola moderna. In un breve commento alla fine del libro, afferma: «A Pina de Ebro, vedendo organizzare la collettività, ascoltando le conferenze di certi compagni, partecipando alle discussioni con gli amici, la mia coscienza, addormentata da dopo la partenza dall’Italia, si risvegliò» (209. Per riprendere un suo commento di quella stessa pagina: è lì che da semplice ribelle diventa un anarchico).

[9] Quanto alle collettività, sappiamo come sono andate a finire: represse dai comunisti e poi dissolte definitivamente dal fascismo trionfante. È abbastanza diffusa, perfino in ambienti liberali, una simpatia paternalistica verso gli anarchici, visti come generosi idealisti votati alla sconfitta. Il resoconto di Nils Lätt mostra bene come nella Spagna del 1937 questi sconfitti, spesso vezzeggiati a posteriori da chi sta da tutt’altra parte, stessero avviando qualcosa di particolarmente indigesto: una rivoluzione. Non sul modello dell’ottobre, ma dal basso. Come dice Lätt, «per la prima volta una società si organizzava da se stessa».