Domenica, 15 Febbraio 2015 12:43

Un mediano spigoloso (2015)

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Ricordi sportivi di Elio Canevascini

Un mediano spigoloso. Ricordi sportivi di Elio Canevascini

Giotto Canevascini ha trovato qualche tempo fa un breve testo di suo padre Elio. Lo scritto, che parla del suo rapporto con lo sport, risale probabilmente all’inizio del 1967 o alla fine del 1966. È infatti accompagnato da una lettera di Eros Bellinelli, datata 21 marzo 1967, che ne svela l’origine radiofonica:

“mi son fatto dare da Tiziano Colotti la conversazione che hai fatto sullo sport (tifo, antitifo eccetera). Ho molto apprezzato il testo: diretto, concreto, preciso e non privo di una cattivante scioltezza narrativa. È stata una brevissima lettura confortante e non certo disamena. Ho poi fatto ricopiare il testo dalla mia segretaria per due ragioni:

1. per inviarne una copia a te;

2. per conservarne una copia io, in vista  della probabile realizzazione di un libro che dovrebbe contenere talune di queste conversazioni passate alla RSI (la tua, quella del Pietro[1], di Giovanni e Giorgio Orelli e di pochissimi altri) e scritti inediti dedicati alla materia da Vasco Pratolini, Vittorio Sereni, Mario Soldati, Bartolo Cattafi, eccetera, e Gianni Brera (che farebbe il commento finale).

A Tiziano Colotti spetterebbe la prefazione. È un’idea, no?”.

 

Una rapida verifica negli schedari delle biblioteche porta a concludere che quell’idea è rimasta tale. Magari qualcuno vorrà un giorno recuperare queste opinioni, proposte forse all’interno della trasmissione “Sport e musica” in onda la domenica pomeriggio. Qui intendo semplicemente offrire alla curiosità dei lettori questo scritto, interessante per gli accenni alla pratica sportiva di quasi un secolo fa, e sorprendente perché esce dalla penna di una persona conosciuta per ben altre ragioni. 

Elio Canevascini, morto a 96 anni nel dicembre del 2009, deve la sua pubblica notorietà, almeno tra chi è un po’ in là con gli anni, alla sua lunghissima attività come medico chirurgo (è stato tra l’altro, dal 1953 al 1972, primario all’Ospedale Beata Vergine di Mendrisio)[2]. Ancora oggi capita di incontrare persone rappezzate con successo da questo specialista in chirurgia ortopedica. A molti il suo nome ricorda immediatamente anche la guerra di Spagna, perché Canevascini è stato tra gli ottocento volontari svizzeri (tra cui un’ottantina di ticinesi) partiti nel 1936 in difesa della Repubblica spagnola minacciata dall’insurrezione, poi tragicamente vittoriosa, dei falangisti capeggiati dal generale Franco. 

Era partito tra i primi da Parigi, dove continuava gli studi in medicina e frequentava il gruppo antifascista di “Giustizia e Libertà”, all’età di 23 anni. Giunto a Barcellona, fu incorporato nella colonna Ascaso e al fronte, benché ancora studente e con poca pratica, assunse un ruolo di combattente sanitario. Negli otto mesi passati in Spagna oltre che con l’esercito degli insorti, si confrontò con le tensioni interne al fronte repubblicano, soffrendo per la frattura crescente tra gli anarchici e i comunisti: un’esperienza che lo segnò fortemente[3].

Ripresi e conclusi gli studi, Elio Canevascini si impegnò come medico volontario in un’altra guerra: quella dei partigiani jugoslavi contro il nazifascismo[4]. A Zurigo, dove si trovava nel 1944, aveva conosciuto i medici della Centrale sanitaria svizzera e in autunno era partito con alcuni di loro alla volta del Montenegro. Dopo la guerra rimase in Jugoslavia per alcuni mesi ancora, dedicandosi non più a una chirurgia d’urgenza – amputazioni in serie sotto le bombe – ma a una più gratificante chirurgia di ricostruzione.

Poi, al rientro, un periodo al Rizzoli di Bologna, il perfezionamento in ortopedia a Zurigo, l’apertura di uno studio a Lugano all’inizio degli anni Cinquanta e, poco dopo, l’incarico all’ospedale di Mendrisio. E, dopo il lungo periodo di primariato all’OBV, accanto all’attività privata di medico continua l’impegno nella Centrale sanitaria svizzera, con viaggi in Algeria, tra i profughi saharawi, in Cambogia e in Eritrea.

Ma lo scritto che offre il pretesto per questo articolo, si è già detto, parla di tutt’altro. Eccolo di seguito[5].

Buono nello stacco, sebbene modesto di statura, forte sul fondo, abile nel tackle, ho sempre avuto ruoli di centro campo o di seconda retroguardia. Rude nel tocco, non mi fu mai data la possibilità di emergere tra i giocolieri di prima linea, e così, nonostante le mie malcelate ambizioni, compagni di gioco ed allenatori mi ricacciavano nel regno degli umili portatori di palloni.

“Vai” mi gridava preoccupato il Gabri Gilardoni nazionale: “vai, sta fuori dall’area di rigore altrimenti ci scappa il penalty”. Da allora, pur ammirando gli artisti del tocco e della finta, tra umiliazioni e impennate di orgoglio, ho finito per stabilire una segreta e solidale umana simpatia per gli uomini di centrocampo: i Serantoni, i Magnozzi, per intenderci, su fino ai più celebri dei giorni nostri. Ma la qualità di uomo grintoso mi dava modo di riscattarmi sui campi d’oltre Gottardo, dove si sollecitavano le mie prestazioni alfine di ridurre a più miti consigli l’half o il back, rei di aver atterrato uno dei nostri. “Dai Canéva, prendi il posto del Barba (il compianto amico Alberto Barberis) , spostati all’ala e dacci dentro”.

Ma in un grigio mattino invernale della triste Zurigo, il colpo di ritorsione fu più efficace del previsto e ne nacque un tafferuglio furibondo con invasione del campo e fuggi fuggi generale verso gli spogliatoi.

Bei tempi dello sport dilettantistico, dei puri: lotte aspre, colpi dati e ricevuti senza battere ciglio, vuota la panchina di medici, due spugnature e sotto di nuovo, niente accertamenti diagnostici né radiografie, ma solo impacchi di acqua fredda. Il gusto della lotta ed anche, perché no, della rissa, il pericolo accettato come tributo al più bello sport del mondo.

Eh sì, perché del calcio fui appassionato giocatore e più tardi attento spettatore. Aspre contese, esaltanti vittorie ed amare sconfitte mi spinsero fin sulla soglia del mezzo professionismo, dove anche al liceo fui l’idolo dei ragazzi, sostenuto dal direttore che non ammetteva, neppure lui, sconfitte della squadra di casa.

Tempi esaltanti, di trasferte proibitive da faida paesana, su terreni privi di recinto, dove il gentil sesso a noi avverso per colori di squadra ci regalava colpi di manico di ombrello nelle rimesse laterali e l’arbitro, sempre galante, ci invitava a non far tante moine e a sollecitare il gioco.

E poi via negli spogliatoi, che quasi sempre erano attigui ad un bistrot vallesano e manco a dubitarlo ci somministravano dosi omeopatiche di Fendant. Glorioso vino dalle proprietà taumaturgiche se è vero, come capitava, che le forze, nella ripresa, raddoppiavano dopo un comprensibile annebbiamento iniziale.

Poi l’università, con sempre questa passionaccia addosso e l’esordio in una famosa squadra di allora: il Racing di Losanna.

Cosa seria, allenatori in prima e in seconda, massaggiatori, gente che controllava e spiava la nostra vita privata per cogliere la possibile ragione di un calo di forma.

Fu lì che conobbi i raffinati del calcio, i Maruvich della scuola danubiana, i Rous della scuola uruguaiana, gente che, come scrive un noto cronista dei nostri tempi, sapeva bailar fútbol, e già ci tentavo anch’io, purtroppo senza successo, ma tanto ho riflettuto su questo problema da convincermi, con il tempo, di una certa predisposizione razziale per determinati sport, come è vero che solo certi popoli sfornano artisti del balletto classico.

Poi, ahimé, l’invecchiamento sportivo prematuro, la morsa degli studi, la fine di un periodo felice della mia vita.

Il ricordo della vita impegnata e le tracce lasciate sul mio fisico dai regolari allenamenti mi spinsero a tentare quelle esperienze che si conciliavano con gli studi. E così fui nuotatore, esperto di tuffi dalla torre, alpinista, sciatore, per approdare da ultimo alla lotta, sport che avevo praticato da ragazzo sotto la guida di un grande maestro... di geometria descrittiva, il prof. Tallone del Liceo di Lugano. Quante volte dopo la lezione, il Tallone con un cenno del capo m’invitava a restare, chiudeva prudenzialmente la porta dell’aula e dopo aver spostato banchi e sedie mi invitava a darci sotto senza più timore reverenziale: “Dài Canevascini, buttami giù se ci riesci”. Così, tra cinture e cravatte finlandesi e svedesi di ogni tipo si finiva al suolo tra un infernale trambusto di sedie e tavoli che ci rovinavano addosso. Ve la immaginate la testa del rettore Francesco Chiesa o del capo del dipartimento se in quel momento fossero apparsi in aula? Il prof. Tallone, dal pizzo di moschettiere, gentiluomo di gusto ottocentesco, non poteva mancare di infondermi la passione per la lotta e così più tardi, nel suo ricordo, ritornai con tenacia ai Nelson e alle prese di offesa e di difesa sotto la guida del famoso Cherpillod, campione del mondo di ju-jitsu.

Ed ora che dire? Cos’è lo sport se non un mezzo per dimostrare a se stessi che si possono raggiungere certe mete, ottenere un compiacimento da un’azione ben congegnata, assaporare una vittoria resa più autentica da una precedente sconfitta?

E non parliamo di morale, prego. Lo sport è tutto qui: un gioco che ci fa piacere e se volete un desiderio istintivo di svuotare l’aggressività del nostro rozzo e antico inconscio.

E poi verrà la medicina a plasmare gli atleti più perfetti, dai metabolismi imposti e guidati, dalle differenziate reazioni psicofisiche a seconda del tipo di specialità.

L’era dell’atleta in vitro è cominciata.

Ma non penso che questi complessi e per un certo verso preoccupanti laboratori riusciranno a modificare di un ette le stratificazioni psichiche dell’uomo. Ci saranno risultati tecnici strabilianti, ma l’uomo rimarrà solo con il suo tragico inconscio. Altre mete, non sportive queste, dovrà raggiungere la società per renderci più civili.

Ecco, senza volerlo, dalle mie pedate a considerazioni melanconiche.

Ma lasciamo stare il Mazzinghi, caro Libotte, lui non c’entra, c’entriamo noi tutti, la società con le sue contraddizioni e le false ed ipocrite imposizioni morali.

Viva dunque lo sport così com’è, puro ed impuro, dilettantistico e professionistico. E la smettano pure gli arbitri di mettere sull’attenti i giocatori, sono atteggiamenti che rievocano in me cose passate, troppo dolorose.

Non è il caso di procedere a un esame minuzioso del testo – anche per non dargli un peso eccessivo – ma è certamente utile, prima di passare a osservazioni di ordine generale, dare qualche precisazione in merito ai personaggi evocati: Gabriele Gilardoni è stato nei primi anni Trenta giocatore del Lugano e della nazionale svizzera, Pietro Serantoni e Mario Magnozzi giocavano invece nella nazionale italiana in quella stessa epoca, mentre Alberto Barberis, più tardi noto giornalista radiofonico[6], giocava con Elio Canevascini nei boys del Lugano: è infatti questa la prima compagine a cui si riferisce l’articolo, quella del Canevascini chiamato “a ridurre a più miti consigli” gli avversari. Questo per i calciatori, a cui vanno aggiunti  Rous e Maruvich citati più avanti.  Per quanto riguarda Maruvich, di cui non ho trovato traccia, penso debba trattarsi di un errore di trascrizione: il centravanti del Racing di Losanna si chiamava Markovich, e potrebbe essere lui il nostro uomo. L’uruguaiano Rous resta invece, almeno per me, avvolto nelle nebbie.

Nella seconda parte compare il lottatore Armand Cherpillod, campione del mondo di lotta libera e promotore dello ju-jitsu in Svizzera e nel mondo, autore di un Manuel de ju jitsu à l’usage  des sociétés de gymnastique, de l’armée et du public en général (Neuchâtel, Attinger, 1906).

L’allusione conclusiva al pugile italiano Sandro Mazzinghi e al giornalista sportivo ticinese Armando Libotte, qui non intelligibile, rimanda invece a una trasmissione televisiva di poco tempo prima, in cui Elio Canevascini si era trovato a discutere, con loro, della pericolosità della boxe[7].

Gli accenni al liceo di Lugano suggeriscono un approfondimento.

Il professore liceale che tallona il giovane studente Elio Canevascini della prima classe del corso tecnico per sfidarlo in rocambolesche sessioni di lotta dopo la lezione è l’architetto Enea Tallone[8], figlio del noto pittore milanese Cesare e docente di disegno al liceo dal 1914 al 1937. Il riferimento alla geometria descrittiva si spiega quindi con la componente geometrica del disegno tecnico. Nelle carte archivistiche del Liceo non emerge la sua passione per la lotta, ma in una riunione dei docenti nell’anno scolastico 1919-20 si discute il suo “metodo troppo paterno” che favorisce comportamenti indisciplinati[9]. Certamente Francesco Chiesa sarebbe rimasto di princisbecco trovandolo avvinghiato a terra con lo studente Canevascini nell’atto di applicare una presa di Nelson, semplice o doppia (pur preferendo, il Chiesa, i “modi duri e grossolani che la gioventù acquisisce in certe gare troppo simili a zuffe” all’“effeminatezza, la grazia artificiosa, la mollezza scettica”[10]).

Alla fine dell’anno scolastico 1929-1930 lo studente Canevascini risulta bocciato, non avendo superato a ottobre l’esame di riparazione di matematica (il 2 di fine anno è portato al 3, ma insufficienza rimane)[11]. Inizia quindi senza di lui, nel frattempo iscrittosi al liceo di Sion, l’anno scolastico luganese 1930-31, anno in cui il numero degli iscritti si riduce addirittura di un terzo: ciò si deve anche, dice non senza compiacimento il rettore Chiesa, all’emigrazione “verso qualche istituto della Svizzera interna dove si trova, o si presume di trovare, più facilità di studi e copia d’indulgenza”[12].

Il Consigliere di Stato Guglielmo Canevascini attribuisce la bocciatura del figlio a motivi politici: il rettore Chiesa, ostilissimo al leader socialista, avrebbe spostato la propria avversione su Elio impedendone la promozione. La vicenda è oggetto di un memoriale di Guglielmo Canevascini, un dattiloscritto di 18 pagine datato 30 ottobre 1930[13]. Il memoriale si apre interpretando come una excusatio non petita rivolta al Consigliere di Stato il discorso fatto dal rettore durante la sessione d’apertura dell’anno scolastico 1930/31, che sottolineava l’importanza degli esami nella scuola (che “tradirebbe la legittima attesa dei genitori se non sapesse, con lealtà e franchezza, trattenere il giovane che non ha ancora muscoli e giunture per un ulteriore viaggio” [14]: immagine invero infelice nel caso del muscoloso e tenace Elio). Il memoriale evidenzia poi, con una nutrita e convincente raccolta di dati, l’eccezionalità di quella bocciatura (pagine 2-14), rivelando poi alcuni precedenti conflitti tra Canevascini e la coppia Chiesa-Longhi (il docente di matematica che ha dato la bocciatura), in particolare a proposito dell’insegnamento di Walter Bianchi, docente socialista, che spiegherebbero la loro ostinazione nel non promuovere il giovane Elio (pagine14-17)[15]. Solo di passata, a pagina 16, compare un accenno a un altro e più pubblico scontro: “Io sono l’autore della dichiarazione con la quale il Consiglio di Stato sconfessava in Gran Consiglio l’atteggiamento del prof. Chiesa nel caso Salvemini. Dopo quella dichiarazione e le polemiche attorno al caso Salvemini, il prof. Francesco Chiesa mi tolse il saluto”. La vicenda a cui fa riferimento è assai nota: nel 1929 “Gaetano Salvemini, storico antifascista italiano emigrato a Londra, proposto dai socialisti ticinesi per tenere una conferenza di tema storico per la ‘Scuola ticinese di cultura italiana’ diretta da Francesco Chiesa, rettore del Liceo cantonale, viene rifiutato da quest’ultimo”[16].

Va sottolineato come Elio Canevascini, parlando qui di quegli anni liceali, eviti di rievocare polemicamente la sua bocciatura “politica”. È un tratto costante nel suo modo di guardare al passato: anche gli accadimenti più intensi e importanti della sua vita, le esperienze in Spagna e in Jugoslavia, sono sempre riferiti con assennato distacco, senza ombra di vanità o di rancore[17].

Dopo la mancata promozione Elio Canevascini riprende quindi gli studi liceali a Sion, dove viene ammesso direttamente alla seconda classe (benché nel frattempo il Chiesa avesse suggerito “al dipartimento della pubblica educazione di fare le pratiche necessarie affinché gli allievi bocciati dal liceo non siano accettati dai licei degli altri cantoni in una classe superiore”[18]), ottenendo poi la maturità senza altre difficoltà.

Visto il cambio di scuola e di cantone, al lettore potrebbe restare il dubbio sull’identità del direttore che sostiene la locale squadra di calcio. Qualcuno potrebbe anche pensare al Chiesa, che proprio pochi anni prima lamentava lo scarso impegno sportivo degli studenti – effetto di una generale “mollezza e senilità dei costumi”, dovuta a una generale “indisciplina mentale” e al “traviamento morale”, a cui concorrono “le Films”[19], ma anche alla presenza femminile nella scuola, che porta con sé distrazione e pervertimento del “buon ordine”[20] –, e perorava “una organizzazione premilitare della nostra studentesca” (riprendendo quindi un principio cattaneano di metà Ottocento)[21]. L’acceso tifoso è invece il direttore del liceo di Sion, ripagato nelle sue aspettative da una squadra che nella stagione 1931-32, con Canevascini in campo, attraversa un periodo particolarmente felice: nessuna sconfitta, tre pareggi, primato di gruppo e, dopo la vittoria contro la capolista dell’altro gruppo, promozione dalla terza alla seconda lega[22].

Nel 1932 Canevascini lascia Sion e la sua squadra per proseguire gli studi. Non è certo l’unico motivo per cui il FC Sion faticherà a rimanere in seconda lega, riuscendoci solo dopo un drammatico spareggio con l’Yverdon[23].

Dopo il liceo vallesano e un breve periodo a Zurigo, eccolo quindi a Losanna, Elio Canevascini: lo troviamo arruolato nel Racing, squadra locale che in quegli anni milita nel gruppo occidentale della prima Lega[24]. Si è iscritto alla facoltà di Medicina e si guadagna qualche soldo (ha raccontato un compagno di studi al figlio Giotto) percorrendo sulle mani il corridoio principale dell’università: cinque franchi a percorso, collettati dagli studenti desiderosi di assistere alla rara performance. Un altro aneddoto del periodo losannese ricorda la disapprovazione della lotta greco-romana da parte della madre Olinda: il progressivo allargamento del collo richiedeva la frequente sostituzione di camicie ancora buone.

Nel 1936 questo giovanotto atletico e un po’ spaccone, passato da Losanna a Parigi per continuare gli studi in medicina, decide di partire per la Spagna.

Per venire allo spirito dell’articolo: la visione dello sport di Elio Canevascini si condensa nella frase “non parliamo di morale, prego. Lo sport è tutto qui: un gioco che ci fa piacere e se volete un desiderio istintivo di svuotare l’aggressività del nostro rozzo e antico inconscio”. Siamo molto lontani dalla stucchevole retorica che ci travolge a ogni appuntamento olimpico. E se prevale questa dimensione istintiva, il lavoro di frattura (in tutti i sensi) di quel temibile centrocampista che fu Elio Canevascini trova una sua razionale giustificazione. Né afflato patriottico, né scuola di vita, né scioglimento dell’individuo in un glorioso progetto comune, né elevazione morale, ma semplice svuotamento di un’aggressività biologica, fuori dalla storia. E in quello svuotamento il piacere.

Ma emerge pure un calcio di altri tempi, quello sì storico, condito di spugnature di acqua fredda e di bicchieri di vino bianco tra un tempo e l’altro. Emerge anche attraverso il linguaggio, con quei termini inglesi (backhalf, ...) in parte ancora vivi negli anni Sessanta, anche tra i ragazzi che giocavano nei campetti di periferia gridando, del tutto ignari della matrice anglosassone di quella cultura popolare, “ènz”, “ópsait”, “penanti”.

Gli anni del giovane Canevascini vedono emergere, accanto alla tradizione inglese del gioco del calcio, sempre molto fisica anche dopo l’affermazione del “sistema” MW, la “scuola danubiana” (Cecoslovacchia, Ungheria, Austria), più tecnica, caratterizzata da una fitta rete di scambi rasoterra, e quella del “metodo” dell’Italia di Vittorio Pozzo (influenzata dalla concretezza del calcio uruguaiano), in cui prevalgono i lanci lunghi verso le punte.

L’espressione “bailar fútbol”, è quasi certamente mutuata da Gianni Brera (che utilizzava anche “bailar calcio”), e dopo i recentissimi campionati mondiali brasiliani, con la valanga di titoli e commenti contenenti quell’espressione, non è necessario spiegare cosa sia il futebol bailado. O meglio cosa sia stato, perché non si è parlato d’altro che della sua morte (invero già avvenuta da almeno vent’anni).

Per concludere, si può tornare a quel che diceva Eros Bellinelli: è uno scritto “non privo di una cattivante scioltezza narrativa” e ci mostra un Elio Canevascini apparentemente lontano dalla sua immagine consolidata. Come si vede, il medico ortopedico e combattente sapeva usare la lingua italiana con una certa perizia. Era anche un lettore, più di quel che dava a vedere, e interessato alle arti figurative (oltre che amateur del pennello[25]). Ma questa sua dimensione, oltre che dalla natura di uomo a tratti burbero e dall’immagine di medico impegnato, veniva obnubilata dall’effervescenza culturale della moglie Nella, pianista e appassionata cultrice di letteratura russa e poesia. Così, quando capitava di visitarli, mentre mia moglie veniva quasi travolta da Nella, entusiasta della Cvetaeva, della Achmatova, di Zoščenko o di Skrjabin e Schumann, io, nel più umile locale del televisore, mi intrattenevo con Elio davanti a una partita, alternando commenti sugli eroi del calcio a quelli sul malandazzo della sinistra ticinese e del mondo, del tutto ignaro del suo passato di mediano spigoloso e senza pietà.

Danilo Baratti

(Un mediano spigoloso. Ricordi sportivi di Elio Canevascini, «Il Cantonetto», anno LXII, n. 1-2, febbraio 2015, pp. 4-11)

Un ricordo di di Elio Canevascini si trova in : https://www.fpct.ch/documenti/elio_canevascini.pdf

 

[1] Il pittore Pietro Salati (1920-1975), cognato di Elio Canevascini, che ne aveva sposato la sorella Nella.

[2] “Per l’inesausta, alta opera umanitaria profusa, sia quale eccellente primario di chirurgia presso l’OBV, sia come impareggiabile medico al servizio della comunità”, il Comune di Mendrisio gli ha conferito una distinzione. Si legga in proposito l’intervento di Renato Simoni in http://www.fpct.ch/documenti/elio_canevascini.pdf

[3] Decise di lascare la Spagna dopo l’uccisione dell’anarchico Camillo Berneri da parte degli stalinisti: “Quando lo venni a sapere provai un senso di sgomento e di amarezza che mi segnò profondamente. Tanto che decisi di andarmene via e di abbandonare la Spagna. E se anche fossi rimasto più a lungo laggiù avrei continuato a stare dalla parte degli anarchici: ero molto distante ideologicamente dai comunisti e dalle brigate internazionali, sebbene ammirassi i loro sforzi nella lotta antifascista” (in Maria Pirisi, Il fronte della libertà perduta, in “Area”, 20 febbraio 2004. L’articolo è reperibile anche nell’archivio di www.areaonline.ch). Un’altra testimonianza di Elio Canevascini sul periodo spagnolo è nel documentario di Werner Weick, ¡No pasarán! (TSI, 1976, ora rimasterizzato e riproposto in un DVD dal titolo Storia e memoria, che raccoglie quattro documentari di Weick). Putroppo in quell’occasione Elio Canevascini, come altri intervistati, è portato a esprimersi in dialetto, ma si vede bene che per parlare di queste esperienze si trova più a suo agio con l’italiano, per cui c’è un continuo (e spesso impacciato) passaggio da un registro all’altro, che finisce per impoverire la sua testimonianza.

[4] Su questa esperienza si può leggere Elio Canevascini, medico e antifascista, in “Area” del 18 dicembre 2009, che presenta un’intervista fattagli da Massimo Delorenzi (anche questo articolo è reperibile nell’archivio di www.areaonline.ch). Ci sono due documentari in cui Elio Canevascini parla della sua guerra in Jugoslavia: Werner Weick, La guerra mio malgrado (TSI, 1985, poi raccolto nel 2008 in Storia e memoria – racconto corale, un’altra raccolta di documentari rispetto a quella già indicata alla nota 3) e Daniel Künzi, Missions chez Tito. Les missions de la Centrale sanitaire suisse en Yougoslavie 1944-1948 (Société productions maison, 2006).

Sull’impegno antifascista di Elio Canevascini tra la metà degli anni Trenta e la metà dei Quaranta: Nelly Valsangiacomo, Storia di un leader. Vita di Guglielmo Canevascini, 1886-1965, Fondazione Pellegrini-Canevascini, Bellinzona, 2001, pp. 302-306.

[5] Rispetto alla versione pervenutami, ho solo corretto l’ortografia di un paio di termini stranieri e poco altro. Il fatto che sia stato “ricopiato” dalla segretaria (o forse trascritto dalla registrazione?) lascia intendere che il testo originale letto alla radio fosse manoscritto.

[6] Coetaneo di Canevascini, Alberto Barberis (1913-1965) inizia l’attività alla radio come cronista sportivo per occuparsi poi di attualità a tutto campo, anche internazionale (vedi AA. VV., Voce e specchio. Storia della radiotelevisione svizzera di lingua italiana, a cura di Theo Mäusli, Locarno, Dadò, 2009, p. 39 e p. 108). Sua la radiocronaca della storica partita Svizzera-Germania del 20 aprile 1941 (cfr. Gian Piero Pedrazzi, 50 anni di Radio della Svizzera italiana, Lugano, RTSI, 1983, pp. 77-78).

[7] Giotto Canevascini si ricorda che suo padre aveva relativizzato i danni di quello sport, in contrasto con Libotte.

[8] Enea Tallone (1876-1937) ottiene nel 1899 il diploma in architettura al politecnico federale di Zurigo e in seguito lavora con Charles Louis Girault a Parigi. Si trasferisce poi in Ticino, dove apre uno studio nel 1913 e lavora pure come insegnante, al liceo e alla scuola per capomastri. Già in precedenza era stato attivo in Ticino, partecipando ai restauri del castello di Montebello a Bellinzona, e dal suo insediamento definitivo nel cantone progetta varie opere significative come la villa Bonetti (1913), il palazzo comunale (1924-25) e il grottino ticinese (1929) a Bellinzona, o la basilica del Sacro cuore a Lugano (1922-1927, in collaborazione con Silvio Soldati). Sulla sua attività di architetto si veda Simona Martinoli, L’architettura del Ticino del primo Novecento, Bellinzona, Casagrande, 2008.

[9] Silvano Gilardoni, Cronistoria del Liceo cantonale in Lugano (1852/53–2001/02), in AA. VV., Il Liceo cantonale di Lugano. Centocinquant’anni al servizio della Repubblica e della cultura, Lugano-Bellinzona, Liceo cantonale di Lugano-Centro didattico cantonale, 2003, p. 184. Il rettore Chiesa affronta la situazione decidendo di “rendere più severo l’esame di disegno tecnico”.

[10] S. Gilardoni, Cronistoria..., cit., p. 185.

[11] Archivio del Liceo cantonale di Lugano, scatola 14, classificazioni del primo anno del corso tecnico, 1929/30.

[12] S. Gilardoni, Cronistoria..., cit., p. 190.

[13] Il Memoriale si trova tra le carte del Fondo Canevascini (depositato dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini all’Archivio di Stato di Bellinzona) ed è ricordato, con la citazione di qualche frammento, in Nelly Valsangiacomo, Storia di un leader, p. 322.

[14] In verità già due anni prima Chiesa aveva introdotto nella sua relazione un elogio degli esami: “è quanto di meglio si sia finora potuto immaginare a misurare il valore d’un allievo, la sua preparazione, la sua maturità. (...) Novantanove volte su cento, cade chi deve cadere” (S. Gilardoni, Cronistoria..., cit., p. 189). Considerati i retroscena del caso, ciò non rende meno plausibile l’interpretazione di Guglielmo Canevascini.

[15] Canevascini riferisce come Ambrogio Longhi, commissario per i ginnasi, ritenesse inadeguati i metodi di Walter Bianchi, insegnante innovatore e redattore della Pagina della scuola di “Libera Stampa”: “Bianchi – spiega il Consigliere di Stato – cercava di coltivare l’intelligenza dell’allievo, servendosi della materia d’insegnamento più come mezzo che come fine unico, e tentava di ravvivare l’aridità della matematica con esercizi originali” (p. 16). Informazioni su Walter Bianchi si trovano in Renato Simoni, Una Pagina della scuola per l’Associazione cantonale dei docenti socialisti, in AA. VV., Altre culture. Ricerche, proposte, testimonianze, Bellinzona, Fondazione Pellegrini-Canevascini, 2011.

[16] Nelly Valsangiacomo, Storia di un leader, p. 241. Non è questa la sede per sviluppare i rapporti di Chiesa con il fascismo. Mi limito a riprendere una frase dalla biografia appena citata: “Francesco Chiesa (...) a causa della sua passione per la cultura italiana, abbandonato il suo sostegno al radicalismo, che lo aveva portato a fianco di Canevascini quale collaboratore di Pagine Libere, all’inizio del secolo, e quale oratore, in alcune occasioni, alla scuola popolare universitaria, si era lasciato irretire, come molti intellettuali, dal fascismo” (p. 320).

Sul caso Salvemini si veda Pier Codiroli, 1929: il caso Salvemini, Francesco Chiesa, Libera stampa ed altro, in “Nuova antologia”, ottobre-dicembre 1984 e Mauro Cerutti, Fra Roma e Berna. La Svizzera italiana nel ventennio fascista, Milano, Franco Angeli, 261-271; ma anche il breve accenno in Guglielmo Canevascini, Autobiografia, Bellinzona, Fondazione Pellegrini-Canevascini, 1986, pp. 66-67.

[17] Per esempio nelle testimonianze qui segnalate alle note 3 e 4.

Elio Canevascini ricorda divertito la bocciatura – un po’ confusamente, attribuendola agli anni ginnasiali (equivoco comprensibile, visto che edificio e direttore sono gli stessi) – nella lunga intervista televisiva con Matteo Bellinelli registrata un paio d’anni prima della morte e messa in onda proprio durante la stesura di queste note (RSI la due, 10 settembre 2014; prima intervista della serie “Memoria del presente”). Il fatto è rievocato con maggior precisione in un’intervista del 1994, in cui compaiono anche altri frammenti di vita liceale: vedi Nelly Valsangiacomo, Storia di un leader, p. 321.

[18] Dal memoriale citato alla nota 13.

[19] S. Gilardoni, Cronistoria..., cit., p. 183. 

[20] S. Gilardoni, Cronistoria..., cit., p. 188. Le ragazze fanno la loro comparsa al liceo (fondato nel 1852) nell’anno scolastico 1905-1906, in qualità di uditrici. Una ventina di anni più tardi, ormai assestata la loro presenza, il rettore si lamenta per “certe fogge di vesti scarseggianti, trasparenti, scollate, succinte, che la moda comporta, ma che sono inconciliabili con il buon ordine, con la serietà e con il decoro del nostro istituto” (p. 186), e auspicherà che vestano “un grembialone di forma conveniente” (p. 187). Grembialone ancora in uso, con colletti di diverso colore a seconda delle classi, fino al 1968.

[21] S. Gilardoni, Cronistoria..., cit., p. 188. Sull’insegnamento militare agli albori del liceo vedi Giuseppe Sonego, Appunti all’introduzione del servizio militare obbligatorio, in AA. VV., Rapsodia dell’antimilitarismo, Balerna, GSse, 1989, pp. 36-42.

[22] “Le match de promotion se joue à Villeneuve contre Lausanne II. (…) Ce fut d’ailleurs un match formidable. Sion finalement l’emporta 2-0. L’harmonie municipale vint recevoir les vainqueurs à la gare pour les conduire en cortège au local (café des Alpes). La ville était en fête” (Le bouchon et le crampon: les 15 lustres de FC Sion, a cura di Gérard Anthamatten, Sion, 1984, p. 38).

[23] Ibidem, p. 40. In quegli anni la seconda lega si compone di sei gruppi (due per la Svizzera romanda, due per la Svizzera centrale, due per quella orientale). La categoria superiore è la prima lega (due gruppi: orientale e occidentale) mentre al vertice della gerarchia calcistica sta la Lega nazionale, pure divisa in due gruppi.

[24] Prima lega che possiamo far corrispondere all’attuale Challenge league, o alla “vecchia” serie B (vedi sopra). Stando allo spoglio elettronico dei giornali romandi, l’unica sua apparizione nel Racing registrata dalla stampa è l’incontro con l’Étoile Carouge del 19 novembre 1933, perso per 3 a 1.In quel momento il Racing “végète dans le bas du classement” (“Journal de Genève”, 30 novembre 1933).

[25] Sue opere sono state esposte, insieme a quelle dell’otorinolaringoiatra Celestino Baggi, nella mostra Bisturi e pennelli (Arzo, galleria d’arte “La risciada”, aprile 2005).