Venerdì, 16 Febbraio 2018 17:04

Dodici anni alla macchia (2018)

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La straordinaria diserzione di due valdesi di Francia

Dodici anni sotto terra

La straordinaria diserzione di due valdesi di Francia

Si continua a discutere dell’acquisto di nuovi aerei da combattimento e il Consiglio federale si mostra disponibile a un allentamento dei limiti all’esportazione di materiale bellico. Sono temi su cui torneremo prossimamente, ma in questo numero parliamo di tutt’altro: di una curiosa vicenda legata alla Prima guerra mondiale. Tobia Schnebli, che recentemente si è occupato di storia valdese in relazione a Giosuè Gianavello – un capo resistente valdese del XVII secolo rifugiatosi a Ginevra – è incappato in un articolo di Jean-Luc Charton intitolato La longue traque (in «L’Alpe», n. 14: Terre de réfuge, Grenoble 2002) e me l’ha segnalato per il giornale. L’articolo narra di due «insoumis» valdesi sfuggiti per ben dodici anni alla giustizia francese (per la legge francese del tempo sono «déserteurs» coloro che abbandonano il campo di battaglia e «insoumis» coloro che si rifiutano di raggiungere il loro reggimento). Per una curiosa coincidenza mia moglie stava leggendo, negli stessi giorni, Alpi Ribelli. Storie di montagne, resistenza e utopia di Enrico Camanni (Laterza, Roma-Bari 2016) che alle pagine 46-50 racconta la stessa storia, basandosi sul testo di Charton e sull’articolo di Nicole Jacquier-Roux-Thévenet, Des insoumis pour la foi: les frères Berthalon, de Freissinières, apparso in Croyances religieuses et sociétés alpines (Société d’études des Hautes Alpes, Gap 1987).

È dunque da Camanni che riprendo la vicenda, con qualche taglio.

«Agosto 1914. (...) Ai Viollins i fratelli Théophile e Félix Berthalon ricevono l’ordine di arruolamento: devono presentarsi al 159° Régiment d’Infanterie Alpine a Briançon. Félix e Théophile hanno trentuno e trentatré anni; sono due montanari esperti, nel pieno delle energie, abituati a lavorare e ragionare insieme, perfino a scambiarsi i ruoli; quando hanno fatto la leva, Théophile ha prestato servizio per tre anni invece di due, riscattando l’anno mancante di Félix. (...) Si presentano in caserma e indossano la divisa militare. Come tanti altri valligiani sperano di essere di ritorno a metà settembre per la raccolta delle patate. La guerra sarà breve, deve essere breve. Dopo una settimana di esercitazioni di tiro i soldati del 159° partono per i Vosgi, sul fronte occidentale. Un gruppo di riservisti è accantonato nella piana di Saint-Blaise, in attesa, e in mezzo al gruppo ci sono i Berthalon. Ben nascosti. Ma è solo un rinvio temporaneo, perché nella notte tra il 13 e il 14 settembre quattro tradotte lasciano Briançon per la frontiera di guerra. E questa volta sul treno compaiono i due fratelli dei Viollins.

Il treno che sferraglia verso terre violente è il passaggio cruciale, la miccia della ribellione. Sul treno scatta qualcosa – il disgusto, un ripensamento, forse il rigurgito della disubbidienza valdese –, fatto sta che i due saltano dalla carrozza e scappano in montagna. Ora sono due ricercati e devono nascondersi, sparire, far perdere le tracce. A piedi raggiungono La-Bâtie-des-Vigneaux, attraversano la Gyronde, salgono al Col d’Anon e per gli châlets d’Allibrands si portano all’alpe La Got, sopra i Viollins, accanto al vecchio larice. Vedono la loro casa e conoscono il terreno a memoria; resistono mangiando bacche selvatiche.

Perché mai? Spiegheranno di aver deciso di disertare per una priorità di fede, un imperativo di coscienza. Chi spara a un altro uomo è un assassino. "Tu non ucciderai...", dice la Bibbia del Signore.

Rifiutano di andare in guerra per fedeltà alle Scritture – commenta Nicole Jacquier-Roux-Thévenet, che negli anni Ottanta ha raccolto numerose testimonianze in valle –. Una scelta semplice e coraggiosa. Scelgono quella montagna che prima di diventare il loro rifugio era già il loro universo, il quadro di vita quotidiano, il che spiega la loro capacità di resistenza. Per i due uomini il mondo sarebbe stata una contaminazione, una lordura, come ripeteranno più volte agli amici... Durante la breve permanenza in caserma avevano visto abbastanza: lo spettacolo del mondo e delle sue turpitudini...

Per dodici anni i fratelli Berthalon vivono alla macchia come i loro avi, trovando rifugio nelle grotte, nelle baite abbandonate, nelle stalle. D’inverno le temperature scendono fino a trenta gradi sotto lo zero, ma il freddo non fa paura. Non quanto la violenza. Hanno due sorelle, Alessandra ed Elisa, che li proteggono, li nutrono e li avvertono. Fratelli e sorelle inventano una specie di codice per segnalare le retate dei gendarmi. In caso di pericolo suonano la trombetta, che si sente così bene da apparire innocua. La gente è con loro, ma non tutta. C’è chi parla di vigliaccheria, chi forse vorrebbe denunciarli per diserzione. In genere però i valligiani li capiscono perché sanno che ai Viollins resiste il nocciolo duro dell’alpe, la minoranza che non si è mai arresa. Racconta un testimone di Nicole Thévenet: avevano scavato un gran buco e richiuso con delle lastre di ardesia, poi l’avevano ricoperto di terra e ci avevano piantato sopra un ginepro. E il ginepro aveva attecchito! Così potevano scendere nel loro rifugio sotterraneo, dove si erano costruiti un letto di legno e anche un angolo di cottura, che fumava solo di notte... Da là sotto riuscivano a vedere tutto senza essere visti (...).

I Berthalon diventano animali notturni e restituiscono i favori alla loro gente. Alle mogli rimaste sole e agli adolescenti che non hanno ancora braccia abbastanza forti da lavorare i campi, fa comodo che due uomini siano rimasti in valle. Almeno due sono scampati alla guerra. Quando la mattina, svegliandosi, le donne trovano un pezzo di terra dissodata o una catasta di legna tagliata, sanno che non sono stati i fantasmi.

Ma la legge non dimentica e l’11 gennaio 1927, in uno di quei giorni in cui ai Viollins sembra non debba mai far giorno, i fratelli Berthalon sono fermati al tempio da sei gendarmi comandati dal luogotenente Christien. I gendarmi li ammanettano e li conducono a Lione, dove vengono rinchiusi in celle separate. Li hanno sorpresi durante la meditazione e non portavano niente nelle tasche, salvo un coltellino, una tavoletta di cioccolato e il Nuovo Testamento. Si dice che quel libro li abbia salvati».

E qui interrompo il racconto di Enrico Camanni. I due Berthalon, dopo tre mesi di carcere in attesa del processo, sono condannati a tre anni di prigione con la condizionale. Possono quindi tornare alla loro montagna, nella borgata dei Viollins, comune di Freissinières, dove vivranno liberi fino agli anni Sessanta. Théophile muore nel 1965, all’età di 84 anni, Félix tre anni dopo, a 85. Molto prima, nel 1924, era morta la sorella Elise, che saliva regolarmente dal paese al rifugio sotterraneo, nottetempo, per portar loro da mangiare. Cinquecento metri di dislivello. Secondo una compaesana, quel viavai notturno l’aveva sfibrata.

Al di là della motivazione specifica, legata alla loro appartenenza valdese, la vicenda dei Berthalon ricorda una forma di renitenza rurale a cui avevamo accennato nel numero 17 di «Nonviolenza» (Come ricordare la Prima guerra mondiale?):quella di molti contadini dell’Italia meridionale che ritardavano, e di molto, il rientro dalla licenza per aiutare la famiglia nel lavoro, ed erano quindi braccati per diserzione. Anch’essi erano protetti durante la loro latitanza dalle donne della comunità e spesso infine arrestati nelle aie durante i balli e le feste che segnavano la fine dei lavori agricoli. Un po’ come i nostri «insoumis», arrestati al tempio. Ma nel caso dei Berthalon la scelta è stata indubbiamente più cosciente e radicale.

Il loro rifugio agli Allibrands, a 1850 metri di altitudine, è oggi noto come «la grotte des objecteurs».

Danilo Baratti

(Dodici anni alla macchia. La straordinaria diserzione di due valdesi di Francia, «Nonviolenza» n. 30, marzo 2018, pp. 16-17)