Giovedì, 21 Marzo 2019 14:12

Mosè Bertoni. Natura, scienza, agricoltura (2019)

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Per il numero di «Pro Natura» dedicato all'emigrante-scienziato bleniese

Mosè Bertoni. Natura, scienza, agricoltura

La Lega svizzera per la protezione della Natura, da cui discende Pro Natura, nasce nel 1909. Mosè Bertoni muore nel settembre del 1929. Avrà saputo, in quel ventennio, dell’esistenza dell’Associazione? Probabilmente no, anche se dal Paraguay continuava a seguire i destini del suo paese d’origine. Certamente se ne sarebbe interessato, condividendone alcuni temi come l’ideologia anti-urbana e la concezione patriottica del paesaggio alpino. Però nel suo approccio alla natura non troviamo tanto lo spirito protezionistico delle origini della Lega quanto un curioso miscuglio in cui si fondono una fede nel progresso di stampo positivista e una visione della natura che assume i tratti di una religione della natura.

In sylvis

Nel maggio del 1929, a pochi mesi dalla morte, nel pieno disastro della decadenza di Puerto Bertoni, Mosè Bertoni scrive al fratello Brenno una lettera che lascia sbalorditi: si lancia a difendere l’esattezza di una citazione di Orazio che appare in apertura del terzo volume de La Civilización Guaraní («Quanquam socraticis madet sermonibus, In sylvis academi querere rerum»). Un amico di Brenno aveva fatto notare che quella citazione era sbagliata e Mosè, che  l’aveva ripresa dal bollettino del Museo nazionale di Rio de Janeiro, si arrampica sui vetri per dimostrarne correttezza e pertinenza. Cosa c’è di tanto sorprendente? Il fatto è che Mosè sta attraversando la fase più drammatica della sua vita (in un’altra lettera dello stesso periodo parla dello «spettacolo del crollo di tutti i miei ideali, della rovina dei miei affetti, della disillusione atroce, multipla, quasi totale»), eppure si prende il tempo per scrivere varie pagine piene di argomentazioni complesse e di citazioni latine su un problema tutto sommato marginale. È ben conscio dell’assurdità della situazione («io stesso trovo molto strano – visto quanto mi capita in questo momento e di cui ti parlerò in una prossima lettera – di occuparmi di una questione simile»). Ricordo questa lettera incredibile non tanto per entrare nel merito di quella citazione, ma per mettere in evidenza due aspetti di questo emigrante-colono-naturalista: da un lato la sua indomita ostinazione, il suo spirito battagliero, il suo avventurarsi liberamente in ogni campo del sapere, e dall’altro la sua idea della natura, soprattutto del rapporto dello scienziato con la natura. Già nel dicembre del 1928 aveva dato a Brenno una prima risposta: «Traduzione un poco libera: “Benché sia pieno di precetti teorici, è nella natura vergine che lo studioso deve cercare la verità delle cose”». A questa interpretazione della citazione (sbagliata) di Orazio, affianca una frase attribuita a Laozi: «Se vuoi conoscere la verità di tutte le cose e la loro ragion d’essere (il tao) studia solo la natura. E se vuoi affrontare lo studio della natura, dimentica tutto quel che credi di sapere». Non è proprio una frase del saggio cinese, ma qui poco importa: è funzionale al discorso di Bertoni, che dice: «è precisamente in sylvis che ho dapprima cercato ciò che la selva nascondeva ai teorici dalle idee preconcette». Un decennio prima aveva chiamato Ex Sylvis la tipografia messa in piedi a Puerto Bertoni, nella selva dell’Alto Paraná: impresa titanica e temeraria, come molte delle sue.

Agricoltura e scienza

Nel 1882, deciso a lasciare per sempre il Ticino, aveva scritto a sua moglie Eugenia: «Noi non potremmo vivere senza il lavoro agricolo; la nostra salute lo esige, e se per tutti l'esercizio e la vita libera della natura è sommamente utile, per noi è assolutamente necessario. Ora l'agricoltura essendo utilmente impossibile a Lottigna (...) bisogna pur cercare altrove una regione che ti permetta di conseguire quei bisogni della vita che ci sono essenziali. Inoltre, io ho bisogno d'un nostro campo per i miei studi e le mie ricerche scientifiche, d'un campo ricco e inesplorato, ove poter spiegare le mie attitudini, e trarne inoltre un materiale vantaggio (...). No, peggio di quà non staremo mai! Il mio carattere, le incrollabili mie idee sociali sono incompatibili con questo stato di cose. Io ebbi sempre un’attrazione assai forte per una regione più favorita, ove io possa meglio gettarmi in grembo di quella natura che è la mia religione e la mia vita».

Lavoro agricolo e ricerca scientifica sono quindi due pilastri del progetto esistenziale e migratorio di Bertoni, che si compiono «in grembo di quella natura che è la mia religione e la mia vita». Ci sono poi le sue «idee sociali», fortemente influenzate a quell’epoca dall’anarchismo, ma non così «incrollabili» (non ne parlerà quasi più in quei termini). Più forte e determinante, «il mio carattere»: si può ben dire che Mosè Bertoni non si è mai piegato a certe esigenze della società né alle condizioni avverse, perseguendo con caparbietà il suo vero sogno, quello di una vita nella natura in cui trovare la tranquillità economica (tramite l’agricoltura) e la fama scientifica (tramite ricerche multidirezionali in «un campo ricco e inesplorato»). E circondato da una famiglia numerosa e operosa: «il mio unico ideale fino alla morte», «il piú bel regalo degli dei». Famiglia, agricoltura, scienza: i tre pilastri.

La «Colonia Guillermo Tell»

Agli inizi Bertoni vuole essere l’avanguardia di un ampio progetto di colonizzazione che avrebbe trasformato la zona argentina di Misiones: intende «fondare una nuova Elvezia in quella regione ammirabile, e, coll’appoggio del più liberale dei governi che ebbe questa repubblica, vedere cangiate in ricche piantagioni ed in ridenti ville quelle vaste e maestose solitudini ove la natura ha prodigato tutti i suoi doni» (1886). Ma poi, date le circostanze avverse, al cuore dei suoi progetti ci sarà la creazione di una semplice colonia di famiglia, tendenzialmente autosufficiente, che sia luogo di produzione e sperimentazione agricola ma anche centro di ricerca scientifica a tutto campo. I tentativi di realizzare questo sogno avvengono sulle rive del Paraná. Il primo, in Argentina, finisce male per varie ragioni, tra cui l’ostilità di un ricco possidente. Il secondo, già in Paraguay, si trascinerà tra mille difficoltà dopo la rottura con i suoi soci di Buenos Aires, due emigrati ticinesi più interessati allo sfruttamento del legname che al futuro agricolo della zona. Il terzo prende avvio nel 1893 da un’esplorazione del fiume durante la quale Bertoni individua un luogo ideale per quella che chiamerà “Colonia Guillermo Tell”, a poca distanza dalle cascate dell’Iguazú, nel luogo che ancora oggi porta il nome di Puerto Bertoni.

Nove anni dopo essere giunti in America, i Bertoni trovano infine il loro approdo. Nel frattempo la famiglia si è ampliata, alla madre Giuseppina, alla moglie Eugenia, ai cinque figli nati in Europa, se ne aggiungono ora altri quattro, e quattro ancora nasceranno nell’Alto Paraná. I loro nomi insoliti (Reto Divicone, Arnoldo da Winkelried, Vera Zasulic, Sofia Prowskaja, Inés, Inés Misiones, Moisés Santiago, Guillermo Tell, Aurora Eugenia, Walter Fürst, Werner Stauffacher, Carlos Linneo, Artistóteles) rivelano l’attrazione duratura del loro padre per i miti fondativi della Svizzera e per la scienza, oltre a quella per l’anarchismo attraverso i nomi di due rivoluzionarie russe (ma Sofia sarà presto chiamata Helvecia).

È lì, a Puerto Bertoni, che Mosè può finalmente mettere in cantiere molte iniziative, come la monumentale Descripción física, económica y social del Paraguay: una ventina di grossi volumi che trattano di geografia, meteorologia, climatologia, botanica, agronomia, zoologia, antropologia. Un progetto che definisce «la mia opera, che è della famiglia e della nazione». Se la famiglia, che lui tende ad asservire ai suoi piani, fa il possibile, lo Stato paraguaiano gli promette sostegno solo a parole. E così, complice la crisi iniziata nel 1914, il progetto resta largamente incompiuto. Ma anche quel poco che rimane, indipendentemente dal valore scientifico, lascia ancora a bocca aperta per la capacità di questo straordinario emigrante-scienziato di immaginare, di osare, di lavorare, di lottare.

Danilo Baratti

(Mosè Bertoni. Natura, scienza, agricoltura, «Rivista Pro Natura Ticino», n. 60, primavera 2019, pp. 3-5)

Per la rivista completa: https://www.pronatura-ti.ch/Rivista/Rivista-60.pdf