Martedì, 02 Maggio 2000 15:18

Zolle. Mosè Bertoni (2000)

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Un ciclo radiofonico sul naturalista bleniese emigrato nell'America del Sud

«Zolle» era una trasmissione divulgativa di Rete Due, legata alla Svizzera italiana, che presentava un tema diverso ogni settimana, distribuito su cinque brevi interventi di 5-6 minuti. Questa serie, preparata e registrata insieme a Patrizia Candolfi, è andata in onda nel maggio 2000.

 

1. Lunedì. La partenza

(musica: Vox Blenii, Danza del Mito – dal disco L’umetin, traccia 4)

 Sì, cara Eugenia; noi partiremo da una supposta patria; noi sdegneremo una società sifilitica che le bombe soltanto sapranno guarire; una società che dal lezzo in cui gavazza puttanescamente ci beffa delle nostre superstizioni umanitarie, e ci offre il suo immondo pane a prezzo dell'umiliazione e dell'abbrutimento. No, giuraddio! la natura non ci ha dato una coscienza superiore per imbrattarla in quell'oceano di sozzure che sfacciatamente si chiama la società moderna.

Quando Mosè Bertoni scrive queste parole alla moglie Eugenia nel 1882, per dirle che ha deciso di lasciare la valle di Blenio e di emigrare (in quel momento non si è ancora deciso per l’America), ha già due figli maschi e due figlie: Vera Zassulich e Sofia Perowskaja. I nomi delle bambine sono quelli di due anarchiche russe, e riflettono la sua infatuazione in quegli anni per l’anarchismo. Dopo essersi consultato con il geografo anarchico Elisée Reclus, Mosè Bertoni deciderà di andare in Argentina, e di fondare una colonia agricola vagamente socialista, portando con sé, oltre alla famiglia, alcuni contadini biaschesi.

Nella seconda metà dell’Ottocento negli Stati Uniti erano state tentate numerose esperienze di comunità utopistiche, in Italia Giovanni Rossi aveva avviato una colonia agricola socialista, un’esperienza che riprenderà alla fine del secolo in Brasile, con la Colonia Cecilia. Mosè Bertoni sembra quindi uno di questi sognatori politici che cercano oltremare «una terra dove scorre latte e miele», come dice la Bibbia, una terra promessa dove sperimentare un nuovo modello di società. Ma le cose non stanno proprio così. Mosè è certamente toccato dagli ideali anarchici di giustizia sociale, e dalla bellezza feroce dei loro proclami, di cui si può cogliere un’eco nel brano che avete sentito. Ma in realtà non ha mai approfondito i temi che discutono gli anarchici in quegli anni, come per esempio ilo comunismo anarchico, che Kropotkin comincia a teorizzare proprio in Svizzera. Non si è mai interessato e documentato sulle esperienze di colone socialiste.

Per lui contano veramente solo tre cose. In primo luogo la scienza, gli studi scientifici in tutte le direzioni, e soprattutto la meteorologia e la botanica: ma è povero, non ha appoggi politici, specialmente da quando in Ticino sono andati al potere i conservatori e lui è di famiglia liberale. Quindi farebbe fatica a vivere dell’attività scientifica, specialmente con una famiglia che con quattro figli è solo agli inizi: il secondo grande ideale di Mosè è infatti una famiglia numerosa e in America la completerà con altri nove figli. E in terzo luogo, Mosè desidera vivere di agricoltura. Ecco cosa scrive nello stesso anno all’amico Rinaldo Simen:

Ora l'agricoltura essendo utilmente impossibile a Lottigna, sia perché non può rendere per lei stessa, sia perché hai a fare con dei selvaggi che t'impediscono ogni miglioramento - sia perché da un momento all'altro le valanghe, le buzze e la montagna stessa ponno tutto distruggere (...) bisogna pur cercare altrove una regione che ti permetta di conseguire quei bisogni della vita che ci sono essenziali. Inoltre, io ho bisogno d'un nostro campo per i miei studi e le mie ricerche scientifiche, d'un campo ricco e inesplorato...

Ecco perché Mosè non può accontentarsi della magra zolla bleniese. Ecco perché partirà, nel 1884, con un bagaglio di cinquanta casse in cui metterà tutto il necessario per dissodare, coltivare, acclimatare, allevare, erborizzare, imbalsamare, studiare il clima, fare osservazioni meteorologiche, misurare il cranio degli indios, fotografare... e centinaia di libri di chimica, botanica, zoologia, antropologia, geologia, medicina, storia, geografia...

(la voce sfuma sull’elenco, e si sente l’inizio di Trenta giorni di nave a vapore)

 

2. Martedì. L'arrivo in America

(Musica d'apertura: Trenta giorni di nave a vapore).

La canzone dice trenta, in altre versioni 40, ma ai Bertoni bastano 23 giorni per raggiungere Buenos Aires. Viaggiano su una nave a vapore particolarmente veloce, il Nordamerica II: tra i compagni di viaggio c'è anche, in prima classe, il famoso scrittore Edmondo de Amicis (che da quell'esperienza ha poi cavato il romanzo Sull'Oceano). In terza classe, con i Bertoni, ci sono altri 1600 emigranti: tra il 1881 e il 1890 ne entrano in Argentina circa 800 mila, allettati dalla propaganda del governo argentino e da agenzie d’emigrazione senza scrupoli. Mosè Bertoni si inserisce, col suo gruppo, in questa ondata impressionante. Ma, l'abbiamo già visto ieri, si tratta di un emigrante un po' speciale, le sue ambizioni sono diverse. Non gli interessa trovare un buon lavoro a Buenos Aires o metter su una estancia nella Pampa.

Appena possibile, il gruppo inizia il faticoso viaggio via terra verso la regione di Misiones, dal nome che ricorda la presenza delle riduzioni gesuitiche. Arrivano a Posadas il primo giugno, 83 giorni dopo aver lasciato l'Europa. A Mosè Bertoni sembra proprio di aver trovato la terra in cui scorrono latte e miele:

Il suolo ha varie classi di terra, l’una migliore dell’altra. La più comune, la terra nera del bosco, è d’una ricchezza portentosa. Gli Europei stenteranno a credermi, in essa è inutile l’aratro, inutile ogni altro lavoro. Solo si atterrano gli alberi, si abbruciano e direttamente si semina! Questa terra è tanto soffice che in alcuni luoghi il piede vi affonda. Inutile prepararla, inutile ponerle ingrasso; essa già possiede forza quasi in eccesso e per generazioni non s’impoverisce. Il clima è superiore, sanissimo. (...) Nessuna infermità, nessuna indisposizione ci colpí dopo arrivati. 

La realtà è un po' diversa, e Mosè lo impara a sue spese: i suoi primi raccolti sono distrutti dalla siccità o dalle inondazioni. Anche qui, si direbbe, la terra è bassa. Ma Mosè non smetterà mai di vantarne i pregi. Più tardi Mosè capirà anche che la pratica tradizionale del taglia-e-brucia impoverisce il suolo e teorizzerà, in un saggio rimasto importante, il «rozado sin quemar» (il dissodamento senza fuoco). Poco dopo l'arrivo a Misiones i soci, poco propensi a seguire questo leader affascinato dalla natura tropicale, dall'agricoltura sperimentale e dalla scienza, lo piantano in asso. Abbandonato anche dal governo argentino, che all'inizio gli aveva concesso cibo e attrezzi, minacciato dai latifondisti locali, dopo tre anni di purgatorio argentino Mosè si trasferisce in Paraguay, sempre sul Paraná ma sulla riva opposta. Dirige senza successo un progetto di sfruttamento forestale per conto di alcuni ticinesi danarosi di Buenos Aires e, dopo altri anni difficili, trova finalmente il luogo definitivo per la sua colonia, a qualche chilometro dalle cascate di Iguazú. È l'ottobre del 1893. La sua colonia, una colonia di famiglia (il progetto di comune socialisteggante è ormai un lontano ricordo) si chiama «colonia Guillermo Tell». Il luogo si chiama, ancora oggi, Puerto Bertoni.

(Musica di chiusura: Raúl Barboza, En la plaza del pueblo, traccia n. 6)

 

3. Mercoledì. Le donne

(Raúl Barboza, En la plaza del pueblo, traccia n. 6)

E perché non scriver mai dopo esser stato via così tanto? Se non si cambiano le condizioni di questo paese, va male ora e andrà peggio fra poco. Non sono affatto d’accordo di stare qui, e nemmeno di chiamarla la mia patria. Quest’anno fa un freddo cane e solo nel mese di luglio è già venuta otto volte la brina, e che brina!

Sono parole di Eugenia Bertoni, del luglio 1886.

Mosè Bertoni per qualche tempo ha creduto di aver trovato una nuova patria in Argentina, poi si convince di averla trovata in Paraguay. Eugenia invece, come avete sentito, almeno l’Argentina non si sente proprio di chiamarla la sua patria. E anche in Paraguay arriva a dire al marito «tu dovevi venire da solo in questi luoghi»: ma parole come queste compaiono nelle sue lettere solo prima dell’insediamento a Puerto Bertoni. Se non altro, quella è la sistemazione definitiva. Quindi, probabilmente, si adatta. E in ogni caso, Eugenia è troppo innamorata del marito, troppo convinta dell’importanza della sua attività, per amareggiarlo con le sue recriminazioni. E del resto Mosè, che pure è innamorato della moglie, le scrive lettere d’amore appassionate per tutta la vita, è sempre riuscito a imporre la sua volontà.

Mosè aveva sognato una famiglia numerosa, che si moltiplicasse nella colonia e che collaborasse alle sue attività. Eugenia era incinta del quinto figlio quando si è imbarcata per l’America, tre figli sono nati in Argentina e altri sei in Paraguay. Per tutta la vita Eugenia fa il possibile per incoraggiarlo e per spingere i figli ad assecondare i suoi progetti. Solo quando lui è lontano si la sua ancora prendere dalla tristezza, e glielo scrive, ma le sue preoccupazioni principali sono per le imprese del marito, per le difficoltà che incontra nel realizzare i suoi innumerevoli progetti.

Non una volta si lamenta per i problemi che comporta la sua vita a Puerto Bertoni: per questo possiamo solo immaginarli. Per farsi un’idea della vita in quella regione consiglio, a chi non ha tempo di leggere le centinaia di lettere partite da Puerto Bertoni, i racconti della selva di Horacio Quiroga, lo scrittore uruguaiano che ha vissuto non lontano da Bertoni negli stessi anni.

Quando il marito è assente, Eugenia lo tiene aggiornato sulla sterminata corrispondenza, e oltre a svolgere le normali faccende quotidiane in una casa priva dio ogni comodità e perfino di acqua corrente, cura i malati, sperimentando anche rimedi di sua invenzione (Eugenia era figlia di un farmacista di Biasca). È lei infine che assiste ai parti delle figlie. Il mestiere di levatrice l’aveva imparato dalla suocera Giuseppina, l’altra grande donna che è stata fondamentale nella vita di Mosè Bertoni. È la madre che gli ha trasmesso l’amore per la botanica. È lai che a 61 anni ha lasciato il mariuto e il seconbdo figlio diciottenne per seguire in America il figlio maggiore, sapendo che non se la sarebbe cavata da solo, con quattro figli piccoli e la moglie incinta. In Argentina impara ad andare a cavallo per assistere le partorienti, o per arrotondare le misere entrate della famiglia, e anche perché trova spaventose le condizioni in cui si svolgono i parti:

si costuma di scuotere ben bene la donna quando ha i dolori per accelerare il parto! altri la cingono prima con una cinghia di cuojo di quello che si servono per cingere i cavalli e serrano bene la donna all’epigrastico (epigastrico) fin che quasi si soffoca quando la scuotono come se si trattasse di vuotare un sacco!!

Anno dopo, Giuseppina segue il figlio anche ad Asunción e tiene dei corsi pratici alla Scuola nazionale di agricoltura. Così la ricorda Mosè:

...sfidando con animo sereno il peso e gli acciacchi dei settantaquattro anni, con grande piacere volle dedicarsi anche lei ad insegnare ai primi alunni la pratica dell’arboricoltura, e per alcuni anni la si vide insieme ai giovani, insegnando manualmente le operazioni più delicate, con l’amore per le piante che la distingueva, e la dolce soddisfazione, quasi l’orgoglio, di potere ancora fare opera utile, e provare con l’eloquenza dei fatti l’eccellenza della vita agricola che le conferiva sempre nuovo vigore, così da poter dire: In plantis semper parens juventus, et in plantis resurgo.

(Musica: El pájaro campana - arpa paraguaiana)

 

4. Giovedì. Famiglia e colonia. La fine

(Musica: El pájaro campana - arpa paraguaiana, che continua sullo sfondo della lettera)

 

Cara Virginia,

vorrei darti tutte le mie e nostre notizie. (...). Hoggi cominceró. Ho dodici figli (...) tutta la gran familia é riunita qui in questa piccola colonia, che ho fondato in 1894 in un luogo molto bello e che era allora un deserto.  (...) Posseggo terreni piú grandi che tutta la valle di Blenio, ma io faccio siempre la vita dell’agricoltore e lavoro sempre; il tempo lo divido ogni giorno tra lo scrittorio ed i campi, e lavoro in questi almeno due o tre hore tutti i giorni colle mie mani. È la vita la piú bella per me, la piú sana e la piú tranquilla, e non la cambiaria per un regno. Cosí pure sono sano e robusto, e malgrado i miei 53 anni mi sento giovane. 

Tutto sembra andar bene a questo Mosè Bertoni che nel 1910 scrive a una nipote bleniese che non ha mai visto. In effetti sono gli anni d'oro della colonia Bertoni. Niente lusso, ma la produzione agricola va bene: le piantagioni di caffè e banane sono in espansione, i lavori scientifici e le relative pubblicazioni si intensificano, da quando Mosè si è stabilito definitivamente a Puerto Bertoni, dopo gli anni divisi tra la vita nella selva e la direzione della scuola di agricoltura di Asunción. Escono, stampati prima ad Asunción e dal 1918 direttamente a Puerto Bertoni, dove Mosè crea la tipografia Ex Sylvis, libri e articoli di agronomia, meteorologia, botanica, zoologia, fitopatologia, geografia, linguistica, etnografia. Mosè coltiva il sogno di una grande opera enciclopedica sul suo paese di adozione: la Descripción física, económica y social del Paraguay, in una ventina di volumi...

Ma le avversità si accumulano.

Le frequenti rivoluzioni, che lasciano sempre qualche strascico: requisizioni, fuga dei lavoratori agricoli, profughi in casa...

Eventi straordinari come la gelata del 1918, che distrugge le piantagioni...

La depressione avviata dal crollo degli investimenti seguito prima guerra mondiale...

La legge di cabotaggio che dal 1915 impedisce ai vapori argentini di caricare merce paraguaiana, e quindi anche i prodotti di Puerto Bertoni.

Per tutte queste ragioni le entrate diminuiscono e non permettono di finanziare la pubblicazione delle opere scientifiche. Del resto il governo continua a promettere finanziamenti ma non mantiene.

Si sviluppa allora un movimento centrifugo, generato sia dalle crescenti difficoltà economica sia dall'insofferenza per un padre così ingombrante, che vuole tutta la famiglia unita al servizio della scienza e del paese. Uno dopo l'altro i figli lasciano Puerto Bertoni. La colona decade, Mosè invecchia. Nel febbraio del 1929, Mosè Bertoni non vuole ancora rassegnarsi ma non può negare il disastro:

Così l’edificio costruito con tanta costanza, pena e affetto, crolla. Le mie illusioni fondate su una famiglia così numerosa in pochi anni sono svanite. Resto senza successori, né collaboratori, né figli, né nipoti (...). Di fronte a questo un uomo sfinito non ha che la tomba o il chiostro. Ma io mi sento ancora capace di qualcosa per l’umanità e devo opporre una resistenza attiva. 

Mosè Bertoni muore pochi mesi dopo, a 72 anni, stroncato dalle febbri malariche.

(Raúl Barboza, Yapeiú, traccia n. 4)

 

5. Venerdì. La Civilización guaraní

(Raúl Barboza, Ñembo’e guarani, traccia n. 7)

Questo canto del fisarmonicista Raúl Barboza, ñembo'e guarani, fa appello alle divinità guaraní affinché proteggano il popolo e la foresta. La religione dei guaraní, insieme al problema delle loro origini, delle loro caratteristiche fisiche, della loro organizzazione sociale, della loro medicina, della loro cultura in generale, è stata studiata da Mosè Bertoni, l'emigrante bleniese di cui parliamo questa settimana. Volendo dire qualcosa delle pubblicazioni principali di Mosè, in questa ultima puntata ho scelto proprio questo tema, anche se da un punto di vista scientifico non ne uscirà molto bene. I suoi lavori di climatologia e agronomia sono infatti decisamente più validi sul piano scientifico. Quello antropologico è invece un campo in cui egli, naturalista di formazione, si rivela piuttosto ingenuo. Sentiamo qualche affermazione illuminante tratta dai tre volumi della Civilización guaraní, opera composta e pubblicata a Puerto Bertoni.

- Il tipo fisico guaraní è stato reputato come uno dei più belli d’America.

- Lo studio antropometrico conferma, per quanto possibile, l’esame superficiale, e in parte lo rafforza: il guaraní si distingue per lo sviluppo del cranio anteriore, carattere generale della razza bianca e di tutte le razze superiori. 

- Anche l’angolo facciale favorisce la razza guaraní collocandola tra la mongola e la bianca, frequentemente vicino a quest’ultima.

- I guaraní hanno un insieme di idee religiose che, se non si può comparare al più perfetto, rappresenta, comparata con le religioni dei popoli antichi più civilizzati di India, Persia, Asia Minore, Grecia ed Egitto, uno stadio di avanzamento intellettuale notevolissimo, e a volte una superiorità evidente.

Termini come superiorità e razza superiore ricorrono continuamente nella Civilización guaraní e ne rivelano il difetto di fondo: nell'intento nobile (e a quell'epoca anche coraggioso) di mettere in valore i guaraní, ricorre a concetti e strumenti propri del razzismo scientifico di fine Ottocento: l'idea di una gerarchia delle razze, l'angolo facciale, l'indice nasale, la craniometria in genere. Risultato: i guaraní sono una razza superiore, come l'Homo alpinus. Mosè teorizza addirittura, attraverso l'Atlantide scomparsa, una filiazione comune dei guaraní e dei reti. Certo, proprio il popolo retico di cui egli stesso, bleniese, si sente parte. In qualche modo Mosè Bertoni, riconoscendo nei guaraní un lontano parente dell'Homo alpinus chiude l'itinerario della sua vita. Torna a sentire l'odore della sua zolla, ritrova la storia della sua gente, che aveva già indagato prima di partire per l'America. Per esempio quando si era occupato delle «case dei pagani». In entrambe le opere, quella giovanile sulle misteriose abitazioni a strapiombo sulla valle e quella matura sui guaraní, Bertoni usa le fonti orali e scritte con grande disinvoltura, si fa guidare dall'ideologia e costruisce un discorso dalle fondamenta scientifiche fragilissime: là si trattava di presentare quegli antichi bleniesi come gli ultimi nuclei di resistenza di fronte all'inarrestabile penetrazione cristiana, qui di rivalutare i guaraní disprezzati da europei e criollos. Rimane costante la generosità nell'errore, il desiderio di riscattare i vinti. Ora i dignitosi guaraní, come allora i tenaci «pagani». 

 

Testo di riferimento per questo ciclo:

Danilo Baratti e Patrizia Candolfi, L'arca di Mosè. Biografia epistolare di Mosè Bertoni (1857-1929), Casagrande, Bellinzona 1994.