
Palazzo dei Congressi: l’uso politico di un anniversario (2025)
Cadevano nei giorni scorsi i cinquant’anni dall’inaugurazione del Palazzo dei Congressi di Lugano, avvenuta il 6 dicembre del 1975 —
Questo scritto è apparso, in forma ritoccata e abbreviata, su «La Regione» del 16 dicembre 2025, pp. 12 e 17. Qui riprendo la versione completa.
Cadevano nei giorni scorsi i cinquant’anni dall’inaugurazione del Palazzo dei Congressi di Lugano, avvenuta il 6 dicembre del 1975, e ho seguito due momenti delle celebrazioni: la conferenza stampa in cui si è presentato il volume delle «Pagine storiche luganesi» pubblicato per l’occasione e il concerto della Civica filarmonica.
Se ne è fatto anche un uso politico – prevedibile e non illegittimo – che chiama un paio di puntualizzazioni. Il vicesindaco Roberto Badaracco ha sottolineato che il Palacongressi in questo mezzo secolo ha avuto un ruolo molto importante nella vita economica, turistica e culturale della città, anche se all’epoca erano state molte le voci critiche in merito alla sua ubicazione, voci prima sconfessate dalla votazione popolare del 1962 poi dalla Storia (forse non ha usato un’espressione così enfatica, ma la sostanza era quella). Analogamente, ha poi rilevato, si alzano oggi voci critiche sul progetto di Polo congressuale al Campo Marzio nord (e si è anche detto che leggendo le discussioni di allora sembra di calarsi nelle discussioni di oggi). Ed eccoci alla conclusione del ragionamento: come allora era necessario il Palazzo dei Congressi, è ora più che necessario, per i prossimi cinquant’anni, un nuovo centro congressuale al Campo Marzio, e come i critici sono stati smentiti allora, lo saranno anche domani. Facile, no? Si tratta però di un doppio paralogismo.
Tanto per cominciare, i contrari di allora, per quanto sconfitti alle urne, non erano certo un manipolo di ottusi sbandati. Qualche nome: Graziano Papa, Francesco Chiesa, Mario Agliati, Aurelio Galfetti, Rino Tami, Tita Carloni, Augusto Guidini junior, Flora Ruchat-Roncati, Mario Campi, Augusto Jäggli. Si potrà dire che i primi tre non sono architetti, e con una forzatura si possono anche annoverare tra i conservatori o i nostalgici, ma poi c’è buona parte del fior fiore dell’architettura e dell’urbanistica ticinesi (e ricordo che nessun importante architetto locale ha voluto partecipare al concorso del 1963). È vero che altre figure di rilievo in quell’ambito, come Alberto Camenzind o Dolf Schnebli, erano di altro parere, ma il fatto che il Palacongressi, una volta edificato lì, abbia assolto dignitosamente le funzioni per cui era stato costruito, non implica necessariamente che le opinioni contrarie a quell’ubicazione fossero campate in aria, né che quella fosse l’ubicazione ideale. Semplicemente si usa quel che c’è e dov’è.
Il secondo paralogismo consiste ovviamente nell’accostamento automatico tra ieri e oggi: la realtà ha contraddetto i critici di allora (il che, come ho detto, è una premessa falsa) e quindi è condannato a priori chi osa oggi palesare qualche dubbio sulla via del “progresso” tracciata dall’esecutivo, chi manifesta idee diverse sul futuro del Campo Marzio (pur condividendo, magari, la necessità di nuovi spazi congressuali): la Storia ha già dimostrato, per analogia, che stanno dalla parte del torto. E intanto, per riprendere le parole usate in altra recente occasione da Badaracco, «perdiamo dei treni importanti… sarebbe un peccato mortale imperdonabile» («Corriere del Ticino», 12 settembre). Lasciamo alla Chiesa di statuire sul possibile perdono di quel peccato mortale. L’immagine del treno che si perde è uno degli elementi ricorrenti messi in rilievo dalla pubblicazione sul Palazzo dei Congressi: «oggi si ripete in un contesto economicamente diverso da quello di inizio anni Sessanta, anche se con una frase ricorrente a ottant’anni di distanza: ‘Rischiamo di perdere il treno’. Forse però si tratta solo di prendere il treno giusto, ma se la direzione sarà corretta lo scopriremo solo nel prossimo futuro» (Sacha von Büren e Manuela Maffongelli, p. 99). Il contesto non è diverso solo economicamente, siamo anche alle prese con un vistoso cambiamento climatico e di conseguenza si comincia a guardare con altri occhi alla pianificazione urbana e a tante altre cose, e questo in un quadro reso sempre più incerto da molteplici fattori (a cambiare poco, se non in peggio, è invece la cultura politica e la progettualità che esprime). Magari chi vedrebbe meglio in quel comparto una grande area verde non sta necessariamente dando i numeri, anche se per Badaracco si tratta di «un approccio profondamente sbagliato e pure miope». Come nel brano appena citato sopra, lasciamo almeno aperta la via del dubbio in merito alla bontà della direzione: il futuro ci dirà.
Intanto il buon vecchio Palazzo dei Congressi – che continuo a trovare bruttino anche se ora sono in chiaro, grazie al saggio di Valeria Frei, sulla ricerca di luce e trasparenza dell’architetto Rolf Otto – continua a reggere. Dopo aver ospitato «mezzo secolo di congressi, eventi e manifestazioni», scrive Claudio Chiapparino nell’introduzione, «è ancora oggi cuore pulsante della città». E non solo per eventi da misurare in termini di impatto turistico e di indotto economico. Nelle celebrazioni si è infatti evidenziata, giustamente, anche la funzione di “centro civico” dell’edificio. Tornando all’anno dell’inaugurazione, mi piace sottolineare in questo senso – anche perché lo ricordo bene – un evento che non è sfuggito alla ricostruzione di mezzo secolo di spettacoli fatta da Alessandro Zanoli. Già mesi prima dell’inaugurazione ufficiale si erano tenute lì dentro varie attività e la più sorprendente, anche per la sua natura “antisistemica”, è stata quella organizzata l’8 marzo dal Movimento femminista ticinese nella grande sala al primo piano: una manifestazione di sei ore che ha coinvolto più di mille persone con film, dibattiti, canzoni, una mostra, una scenetta teatrale. Zanoli ne accenna a p. 74 come esempio della «vocazione ‘sociale’ del Palacongressi» e la cosa la cosa era già stata segnalata in precedenza in un paio di saggi storici (recentemente nel contributo di Isabella Rossi in Finalmente cittadine! La conquista dei diritti delle donne in Ticino, a cura di S. Castelletti e M. Congestrì, AARDT, Massagno 2021, pp. 262-63, che conclude: «è così che, il 9 marzo 1975, i ticinesi scoprirono l’esistenza di un movimento femminista anche all’interno dei confini cantonali»). Quel giorno accompagnavo alla chitarra il gruppo di amiche che cantava canzoni femministe e ho partecipato al bozzetto teatrale del Teatro Informazione (una parodia di una sfilata di moda, dove a sfilare erano per una volta “uomini oggetto”). Mi piacerebbe poter dire, insieme alle organizzatrici dell’8 marzo, di aver inaugurato il Palazzo dei Congressi. Ma in realtà già a fine gennaio le Volontarie vincenziane vi avevano organizzato la loro tombola annuale, e con mezzo migliaio di partecipanti, come attesta il «Giornale del Popolo» in un trafiletto del 3 febbraio 1975: il primato spetta a loro. Si può almeno concludere che sono state le donne – prima le soccorrevoli seguaci di Vincenzo de’ Paoli e poi le ardite femministe – a organizzare le prime attività, entrambe all’insegna di un impegno disinteressato, dentro il freschissimo Palacongressi. Poi sarebbero arrivati, il 5 aprile, l’Equipe 84 e i Camaleonti.
Danilo Baratti
- Creato il .
- Visite: 145