
Di sogni e incubi (2026)
Un premio Nobel per la Pace? Osservazioni sul conferimento del Nobel a María Corina Machado –
(Pubblicato su «Nonviolenza» n. 62 - marzo 2026, pp. 16-17)
Sull’ultimo numero di questa rivista è uscita una pagina entusiastica sul conferimento del Nobel per la Pace a María Corina Machado, che si concludeva così: «La figura di Maria Corina Machado non solo è un simbolo di coraggio e di perseveranza nella lotta contro Maduro, ma è anche un catalizzatore che ha unificato e reso forte l’opposizione politica, un tempo profondamente divisa. Una figura chiave che chiede giustizia, elezioni libere, politica trasparente e rappresentativa della volontà del popolo. Una donna che non conosce la paura, perché mette al primo posto la necessità del cambiamento: “La vita è un sogno, vivila!”. Corina si è ispirata a Madre Teresa di Calcutta, per definire una realtà sia terrena, sia trascendente. La vita spesa nel servizio e nella ricerca della giustizia, è un sogno che mostra in modo inequivocabile che la giustizia e la pace sono le due facce della stessa medaglia. Grazie Maria Corina, siamo tutti con te».
Forse non sono l’unico a essere rimasto allibito, e magari è bene parlarne invece di chiudere un occhio. Sia chiaro, il regime di Maduro è decisamente insopportabile, e basterebbe ricordare quanti milioni di venezuelani sono riparati all’estero in questi anni per avere la misura di questa calamità. Ma un regime deprecabile non innalza necessariamente a un grado di purezza quasi mariana un’oppositrice politica. L’assegnazione del premio Nobel non avviene alla fine di un processo di santificazione: è spesso dettata da logiche politiche, una scelta a volte ben pensata, altre volte no. Hanno preso quel premio varie persone di dubbia fama: ne è stato insignito una storica canaglia come Henry Kissinger, l’hanno preso personaggi discutibilissimi come Menachem Begin, l’ha avuto in anticipo Barak Obama senza poi fare nulla di buono in tal senso. L’hanno ricevuto di recente Aung San Suu Kyi e Abiy Ahmed Ali, lei poi silente di fronte ai massacri e alla pulizia etnica nel proprio paese, lui addirittura promotore di una guerra. Insomma, non è un elenco così onorevole; non è una sfilata di giusti, tutt’altro, e ci può quindi stare anche María Corina Machado. Ma se si dice su questo giornale – che si chiama «Nonviolenza» – «Grazie Maria Corina, siamo tutti con te» vorrei almeno poter dire: non io, non io.
E lo dico, entrando anche un po’ nel merito. Comincio con una breve lettera di Giovanni Lepori, che se non sbaglio è anche un nostro lettore, pubblicata dalla «Regione» il 27 ottobre: «Stando a quanto riportato dalla stampa, la recente vincitrice del premio Nobel per la Pace, la leader dell’opposizione venezuelana MCM si è congratulata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu per “le sue decisioni e le sue azioni risolute durante la guerra” e per “i risultati ottenuti”. Sappiamo tutti di cosa si tratta: circa 70'000 palestinesi uccisi, per la maggioranza civili, di cui migliaia di bambini; bombardamenti indiscriminati su ospedali, scuole e campi profughi; uccisioni “mirate” di giornalisti e operatori sanitari; blocco degli aiuti umanitari a fronte di una situazione da più parti definita catastrofica; continui trasferimenti forzati di civili ecc. ecc. Vien quasi da chiedersi se non era davvero meglio (meno peggio!) dare il Nobel a Trump…».
La battuta finale tocca un punto forse centrale nella scelta della Machado: le forti pressioni messe in atto dal folle narciso («ho risolto otto crisi internazionali nel corso del mio mandato (…) non credo che nessuno nella storia ne abbia risolte così tante») per vedersi conferire il Nobel – con il sostegno, tra gli altri, del genocida Netanyahu, dei presidenti di Congo e Azerbaigian, del primo ministro cambogiano, dell’ex consigliere USA alla sicurezza nazionale Mike Waltz. Non potendolo dare a un simile furfante, la giuria l’ha dato a una sua ammiratrice e amica politica, così almeno si potevano rintuzzare più facilmente le recriminazioni e il vittimismo del deleterio presidente. E cosa fa l’alfiera della giustizia e della pace, l’immacolata sognatrice María Corina, appena premiata? Dedica il premio a Trump e dichiara di sostenere pienamente le sue pressioni militari sul Venezuela (comprese le distruzioni di natanti e navigatori di cui nessuno – neppure il governo americano – ha potuto finora provare il coinvolgimento in traffici di droga). Alla faccia! E sappiamo quanto prevalgano, nei crimini e nelle minacce del presidente trafficone, gli interessi geopolitici e di arricchimento personale, e quanto poco contino quella pace e quella giustizia che starebbero così a cuore alla sua infervorata sostenitrice.
Non a caso il Consiglio Norvegese per la Pace, un gruppo di 19 organizzazioni che promuovono il disarmo e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, ha rinunciato a organizzare la tradizionale fiaccolata con cui celebra il vincitore o la vincitrice del premio. Eline Lorentzen, la presidente del gruppo, ha dichiarato al «New York Times» che l’approccio di Machado non sembra rappresentare la «trasformazione nonviolenta e basata sul dialogo» che il Consiglio promuove. E che anche questa rivista promuove.
3 gennaio 2026 – Quanto precede l’avevo scritto a fine dicembre, subito dopo l’uscita di «Nonviolenza». Poi c’è stato l’intervento militare statunitense a Caracas, questa notte, col sequestro di Maduro. Si può certo capire la soddisfazione di milioni di venezuelani e della stessa Machado. Ma per quanto Maduro e il suo regime siano quello che sono, si è trattato di un intervento che contribuisce a mettere ulteriormente ai margini il diritto internazionale e a sdoganare l’uso della forza. E può un premio Nobel per la pace affermare «el Gobierno de Estados Unidos ha cumplido su promesa de hacer valer la ley»? (gli Stati Uniti hanno mantenuto la promessa di far valere la legge». Che legge? Non il diritto internazionale, e nemmeno la costituzione americana. La legge del più forte. «L’Avvenire» si era chiesto già il 10 ottobre: «può il premio Nobel per la pace sostenere l’uso della forza come strumento di risoluzione delle controversie?».
Prima di chiudere l’articolo, vediamo cosa succede da qui al 15 febbraio, data di chiusura del prossimo numero di «Nonviolenza».
6 gennaio – Euronews: «In un’intervista rilasciata a Fox News, Machado ha elogiato Trump per la cacciata del presidente venezuelano Nicolás Maduro avvenuta sabato, descrivendo le azioni di Washington come “un passo enorme per l'umanità, per la libertà e la dignità umana”. (…) Lunedì, parlando a Fox News, Machado ha detto che avrebbe condiviso il premio con Trump. “Mi piacerebbe molto potergli dire personalmente che crediamo che il popolo venezuelano, dato che questo è un premio del popolo venezuelano, voglia darglielo e condividerlo con lui”, ha detto Machado al conduttore di Fox News Sean Hannity». «Un passo enorme per l’umanità»: enorme.
16 gennaio – Promessa mantenuta: María Corina ha consegnato oggi la medaglia del Nobel a Donald Trump. La seguace di Maria Teresa di Calcutta ha davvero condiviso il suo premio con la persona più pericolosa del pianeta. Mi piacerebbe poterlo interpretare come gesto provocatorio nonviolento, ma non credo proprio che sia così. Molto più probabilmente è stato il tentativo di ritagliarsi uno spazio di potere politico finora negatole dal padrone delle Americhe, che per il Venezuela sembra avere altri piani. In ogni caso la detentrice del premio Nobel si è espressa nuovamente con deferenza nei confronti del Grande Affarista. Quanto sincera sia quella deferenza non ci è dato sapere; sappiamo tuttavia che in più occasioni la premio Nobel ha tessuto le lodi di quel sistema economico, intrinsecamente violento, che Trump esercita e promuove.
15 febbraio – Ecco arrivato il termine di consegna. Posso chiudere qui.
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