
"Figlie dell'Ospedale" allevate in Val Colla (2026)
Un libro sulle trovatelle dell'Ospedale di Como giunte in Val Colla nell'Ottocento (recensione) —
Rolando Fasana, Per antica consuetudine. Figli dell’ospedale e famiglie affidatarie nelle Prealpi di confine tra Lombardia e Svizzera italiana. Capriasca e Val Colla nei secoli XVIII-XIX, Roveredo Ticino, Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla, 2025, 143 pp.
(Recensione pubblicata su «Archivio storico ticinese» n. 179, giugno 2026, pp. 144-146).
«Dai casi noti sembra che in val Capriasca, di dipendenza spirituale ambrosiana, gli esposti ‘da allevare’ fossero prelevati alla Pia Casa di Santa Caterina alla Ruota di Milano, mentre nelle altre pievi sottocenerine, di dipendenza comasca, provenissero dal Brefotrofio di Como. Di entrambi gli istituti si trovano ancora in alcune famiglie i vecchi ‘libretti’ accompagnatori degli esposti, di una cinquantina di pagine, contenenti le regole generali per l’allevamento degli esposti ‘da latte’ e ‘da pane’, i corredi forniti, i pagamenti, le condizioni per il matrimonio delle figlie esposte e loro dote e del licenziamento dei maschi, i moduli per gli attestati medici, ecc. ecc.». Questo scriveva Virgilio Gilardoni, nel 1979, sul numero 80 della sua rivista, l’«Archivio storico ticinese» (Creature, trovatelli, venturini in un mazzo di schede del Museo d’arte e delle tradizioni popolari, p. 331, nota 75). Quell’articolo portava l’attenzione della ricerca storica, per la prima volta, sul tema dell’infanzia abbandonata nella Svizzera italiana. Tema poi trattato da altri, in particolare da Rosario Talarico nell’ultimo capitolo del suo Il Cantone malato. Igiene e sanità pubblica nel Ticino dell’Ottocento (Lugano, Fondazione Pellegrini-Canevascini, 1988).
Quasi mezzo secolo dopo il pionieristico saggio di Gilardoni ecco, per la felice iniziativa dell’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla (ACVC), lo studio di Rolando Fasana Per antica consuetudine, che indaga – come sintetizza Nicola Arigoni nella premessa – «le modalità, i numeri, i motivi relativi al fenomeno della presa a carico di bambini trovatelli nelle terre dell’alto Luganese». Indagare i motivi significa anche tratteggiare le condizioni socioeconomiche di quelle valli. Indagare le modalità significa anche conoscere e illustrare storia e funzionamento dei Luoghi Pii degli esposti. Indagare i numeri significa anche leggere dietro quei numeri le vicende personali. A far nascere questa ricerca sono state proprio le tracce “genealogiche” di alcune vicende personali: in molte testimonianze etnografiche raccolte dall’ACVC emergevano antenati – o meglio antenate – riconducibili a Como (spesso a Camerlata, in cui dal 1892 si era trasferito il brefotrofio prima integrato nell’Ospedale di Sant’Anna). Per scandagliare a fondo questa evidenza l’associazione capriaschese ha chiesto la collaborazione di Rolando Fasana, che già si era occupato della questione con un progetto nato nell’ambito del LabiSAlp dell’Accademia-USI di Mendrisio, sfociato nella pubblicazione Bambini abbandonati, confini e perdute identità. Esposti e trovatelli tra Comasco e Svizzera italiana: abbandono, assistenza, balie nei secoli XVIII e XIX (Como, Nodolibri, 2020). Lì Fasana aveva affrontato il tema del contrabbando di trovatelli nei territori a ridosso del confine – con particolare attenzione ai traffici tra Sottoceneri e Como – e analizzato la figura della balia, «fondamentale nella vicenda delle esposizioni, pedina su cui si imperniava gran parte del funzionamento di una struttura di accoglienza e assistenza quale il brefotrofio». Se le dinamiche complessive del fenomeno erano già delineate in quel primo studio, questo nuovo lavoro segue soprattutto la tappa dell’allevamento, pur riprendendo con meticolosità anche quelle precedenti.
L’accento è posto sul periodo di massima espansione del fenomeno dell’infanzia abbandonata, l’Ottocento. Secolo in cui, scrive Fasana in un efficace quadro sintetico che riprendo ampiamente, «i brefotrofi erano al centro di un vortice continuo di bambini, donne, uomini: esposti salvati e accolti, donne giovani e mature in cerca di occupazione di balia stabile nell’istituto o per l’allattamento presso dimora, coppie in cerca di bambini svezzati da portare a casa per crescere nella propria famiglia. Un incontro tra domanda e offerta: primariamente domanda di accoglienza – i bambini abbandonati – quindi domanda e richiesta di nutrici a cui era legata l’offerta di latte da parte di donne che per necessità ne dovevano elargire; domanda di cura all’educazione per i bambini dell’ospizio nel percorso di crescita a cui si rispondeva con l’offerta di un nucleo famigliare, un alloggio, la possibilità di istruzione e di apprendimento di un mestiere. Un’offerta che era anche domanda di forza lavoro, giovani braccia per l’aiuto nella casa, sostegno nei lavori campestri e pastorali…» (29).
Si ritiene infatti che gli esposti, come scriveva Alessandro Tassani nel 1873, «nella pura atmosfera della campagna e specialmente nelle zone pedemontane ed alpine rinvigoriscono nel fisico ed acquistano robustezza ed elasticità», oltre a crescere in un ambiente più sano anche sul piano morale.
Ed eccoci alla dimensione territoriale: anche se non mancano accenni alla Capriasca, il cuore dell’indagine è la più marginale val Colla, regione in cui la pratica dell’allevamento di esposti, già ben riscontrabile a inizio Ottocento, è particolarmente marcata a partire dalla metà del secolo: basti dire che nel 1853 quella valle accoglie la metà circa dei trovatelli allevati in Ticino, e una proporzione simile si riscontra nel 1871. Non c’è villaggio della valle in cui non si trovi una giovane proveniente dal brefotrofio. A spiegare questa densità il contesto economico, con l’entrata in crisi di un faticoso equilibrio tra agricoltura e migrazione stagionale (soprattutto di calderai) e l’inizio di una fase di spopolamento legata all’emigrazione transoceanica: un contesto in cui diventano particolarmente interessanti gli emolumenti mensili per gli allevatori di esposti “da latte” o “da pane” erogati dagli ospizi per l’infanzia abbandonata di Como e Milano. E se questa integrazione del reddito famigliare diminuisce con l’avanzare dell’età delle bambine, fino a esaurirsi al raggiungimento dei dieci anni (ma con la prospettiva, più tardi, della dote fornita dall’ospizio in caso di matrimonio), aumenta allo stesso tempo l’aiuto che le ragazze possono dare col lavoro domestico o agricolo.
Fasana calcola che le esposte in allevamento costituissero il 6% circa della popolazione e accosta il caso della Val Colla a quello di Seren del Grappa nel Bellunese, dove la presenza di esposti è ancora più densa, riscontrando dinamiche molto simili. Simili anche a quelle di alcune località dell’Alto Canavese che nel Settecento avevano fatto dell’allevamento di esposti, in quel caso provenienti da Torino, una componente importante della propria economia. Tra le varie analogie, anche la netta prevalenza dell’elemento femminile. Nel caso della val Colla, e in generale dei territori della Svizzera italiana, c’è un elemento costrittivo: l’allevamento di esposti maschi lombardi non era concesso a causa del rischio che questi, restando poi all’estero, potessero sottrarsi agli obblighi militari. Ma siccome nelle altre due regioni questo vincolo non sussiste, c’è da chiedersi se le famiglie valcollesi non avrebbero comunque dato la preferenza alle bambine. È interessante notare che in epoche precedenti erano più richiesti i maschi (che pure si trovavano, tra l’infanzia abbandonata, in minor numero), mentre sul finire del Settecento il rapporto tra maschi e femmine (sia in termini di abbandoni, sia di preferenze) tende a equilibrarsi.
Le sei belle storie personali esposte (!) nella penultima parte del volume – ricostruite incrociando fonti diverse – danno carne e vita ai meccanismi descritti in precedenza e ai dati numerici che li accompagnano. Della prima dico solo che la piccola Carolina Vittorina è stata abbandonata, come molti, a Bizzarone, quindi con tutta probabilità contrabbandata da genitori ticinesi poco oltre il confine affinché giungesse all’ospedale di Como: il suo arrivo a Bidogno è quindi un ritorno in patria. Riassumo invece per sommi capi l’ultima storia, quella di Dorotea. Quasi certamente illegittima, nasce nell’ospizio delle partorienti presso l’ospedale di Sant’Anna da una donna di Colico, che decide di affidarla al brefotrofio. Dorotea è allattata per due mesi da una nutrice interna al Luogo Pio, poi è presa da una coppia di contadini dalle parti di Tradate (la donna «sana e ben provveduta di latte» aveva avuto un figlio qualche mese prima; ed era guarita dal vaiolo – il che porta Fasana a una digressione sulle teorie del contagio). Dopo un anno circa torna all’ospizio, ormai slattata, e passati altri due è richiesta da una famiglia di Scareglia, per poi accasarsi definitivamente presso una coppia di Bidogno, che aveva chiesto all’ospedale di Como «una figlia di buona salute, da sei a dieci anni, coll’intenzione di levarla e farla per loro figlia». Dorotea si marita già a 16 anni, con un artigiano locale, e gli sposi ricevono la dote prevista dall’ospizio (100 lire italiane). Un caso di emancipazione riuscita, dentro cui si ritrovano vari passaggi: l’abbandono, l’accudimento interno, l’allattamento esterno, il rientro in istituto, l’allocazione temporanea, quella definitiva. Dorotea ha 13 anni meno di Carolina: certamente non hanno giocato insieme ma il destino le ha portate entrambe a Bidogno.
Ho tratteggiato qui solo alcuni elementi di questo studio intrigante, che intreccia continuamente esposte e allevatori della val Colla con il fenomeno più generale dell’infanzia abbandonata, seguito dal tardo Medioevo fino alla fine dell’Ottocento. Un libro che si legge con piacere e, a momenti, con commozione. Non voglio chiudere questa recensione senza segnalare la bella prefazione di Fabio Pusterla, che si chiude con i versi di una figlia illegittima che ha vissuto l’abbandono e l’adozione (ma a metà Novecento e senza passaggi in brefotrofio): Vivian Lamarque. Tre pagine dopo, Fasana apre il saggio con alcune frasi tratte dal primo capitolo di La luna e i falò di Casare Pavese, dove a parlare è un “figlio dell’ospedale” piemontese: «… adesso sapevo ch’eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi dell’ospedale». Era stato, dice ancora, «preso e allevato soltanto perché l’ospedale di Alessandria gli passava la ‘mesata’». E però l’interazione tra famiglie “miserabili” e Luoghi Pii, l’incontro tra due diversi bisogni, ha potuto aprire nuove prospettive ai “bastardi”, come il protagonista, o a figli legittimi abbandonati da madri ancor più miserabili. È stato il caso di molte esposte finite in val Colla.
Una parola, infine, sulle belle illustrazioni del libro, soprattutto sulle fotografie dei villaggi della val Colla nel primo Novecento, raccolte e conservate dall’ ACVC, che consentono al lettore di collocare meglio le vite – povere sì, ma spesso dignitose – delle trovatelle che hanno trovato casa.
recensione, AST, Storia sociale, 2026
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